Riciclaggio ideologico

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Scritto da Editoriale il 20 – giugno – 2011

Ahi, il gioco si fa duro e… La vecchia battuta però non la si può terminare, perché i duri pare abbiano iniziato a giocare da un pezzo. Precisiamo subito che il titolo non è nostro e non ci sogniamo neanche di rivendicarne la paternità. E’ preso di sana pianta da un post uscito sul blog di Andrew Montford, The Bishop Hill. Bene, con o senza gli attributi genitoriali, pare che la maggior parte dei contenuti siano condivisibili.

Allora, appena qualche giorno fa abbiamo pubblicato una breve riflessione sull’opportunità e urgenza per l’IPCC di implementare le policy di formazione dei propri report secondo le indicazioni del report IAC dell’inverno scorso. Implementazione che appare quanto mai difficoltosa perché metterebbe a rischio l’attuale leadership del panel ONU e una buona parte del suo establishment. I nodi principali sono due e sono strettamente connessi: conflitto di interessi e uso di letteratura non peer reviewed. La congiunzione tra queste due realtà è semplice: la letteratura non scientifica in senso stretto -l’unica evidentemente accettabile in report scientifici- proviene quasi sempre da organizzazioni, movimenti o associazioni la cui sopravvivenza, letteralmente, dipende dal contenuto dei report, ovvero dai suggerimenti che questi forniscono ai decisori politici.

Questo genere di cambiamenti, si sa, richiedono tempo. Però all’indomani delle brutte storie dei ghiacciai himalayani per esempio, uscire contemporaneamente con una road map di ammodernamento del proprio modo di agire e perpetuare gli stessi identici errori che hanno suscitato la richiesta di cambiamento somiglia tanto ad una operazione di facciata. Di quelle che mettono a tacere le polemiche ma non hanno nessun effetto.

E così, grazie al solito Steve McIntyre, apprendiamo che la promettente frase “Le risorse rinnovabili potranno coprire il fabbisogno di energia globale all’80% entro il 2050” contenuta nel report sulle energie rinnovabili che l’IPCC ha pubblicato per ora solo nella forma di Summary for Policy Makers pochi giorni fa, è maturata così. Come sempre il report presenta diversi scenari. La frase, che ha fatto il giro del mondo, è contenuta nel comunicato stampa che ha accompagnato la pubblicazione e rappresenta un caso estremo dello scenario più ottimistico. Nella fattispecie quello scenario è preso da un report di Greenpeace scritto in collaborazione con l’EREC (European Renewable Energy Council) firmato Teske et al., con prefazione di Rajendra Pachauri. Cosa sia Greenpeace si sa bene. Questa è EREC:

” an umbrella organisation of the European renewable energy industry, trade and research associations’ of the renewable sectors. EREC represents an industry with an annual turnover of EUR 70 billion and providing over 550.000 jobs” (grassetto nostro)

Teske dal canto suo è anche lead author del Cap.10 del WGIII dell’IPCC, mentre Pachauri ne è il presidente. Sicché chi ha curato il lavoro di raccolta dello stato dell’arte della conoscenza sulle potenzialità del settore delle rinnovabili è la stessa persona che ha originato l’informazione, nell’occasione vestendo i panni di promotore di se stesso.

Fin qui, storia vecchia, come già detto inopportuna, ma vecchia. Il problema infatti non è mai chi scrive le cose, ma come le scrive. Le qualità di quegli autori come esperti del settore non è in discussione, perché lo fosse, occorrerebbero degli strumenti che non abbiamo. Essere però al contempo tra i lead authors dell’IPCC e direttore della Greenpeace International’s Renewable Energy Campaign espone forse al rischio di bias ideologico. Un rischio, non una certezza, per carità.

Sicché dov’è il succo? Come detto ce lo spiega Ben Pile da Bishop Hill, attraverso la ricostruzione dello spaventoso intreccio di azione di lobbyng che una miriade di realtà associative e commerciali allo stesso tempo, svolge presso molte sedi istituzionali, ricevendo dei finanziamenti importanti per svolgere questo ruolo e dunque supportare di fatto la propria attività. Greenpeace e EREC scrivono un report, l’IPCC lo recepisce (come poteva non esserlo???) e, attraverso le indicazioni dell’SPM, si spiana la strada ai finanziamenti. In pratica si paga qualcuno perché sostenga delle policy funzionali al sostentamento di quel qualcuno. Secondo voi, quante possibilità ci sono che EREC e Greenpeace scrivano qualcosa che va contro l’interesse dell’industria delle fonti rinnovabili?

E’ un problema di soldi? Anche, perché i milioni di Euro del budget annuale di GP da qualche parte dovranno pur uscire. Ma di questo genere di cose solitamente si scandalizzano i puri, non gli orridi negazionisti affiliati all’industria del petrolio che leggono e animano queste pagine. Che se per inciso fosse stata colta a mettere le mani così pesantemente in un prodotto di questa o quella istituzione sovranazionale, le grida dei puri le avrebbero sentite anche i marziani. Affermare che nel 2050 le rinnovabili potranno coprire l’80% del fabbisogno globale è puro tifo. E non c’è verso di convincere un tifoso a cambiare squadra. Sicché diventa un problema di sdoganamento delle proprie convinzioni ideologiche ammantandole del crisma di ufficialità del top della ricerca scientifica, rappresentata in questo caso proprio dall’IPCC. Che però non è una NGO, è una organizzazione sovranazionale che deve necessariamente rappresentare tutti, e può farlo solo liberandosi da ogni genere di condizionamento. Al contrario, che invece lo sostenga non è possibile, semplicemente perché non è nel suo mandato.

Le vestali della scienza nostrane, che si tratti di chi la fa veramente o di chi semplicemente la supporta a senso unico, sempre pronte a puntare il dito contro l’incompetenza, il condizionamento ideologico o la presunta connivenza con i cattivi dei loro presunti avversari, su questo, naturalmente, tacciono o acconsentono. Perché l’IPCC comunque prevede anche l’uso di gray literature (sarebbero previste delle procedure apposite se non fosse che lo stesso Pachauri negò a suo tempo che questo fosse avvenuto), perché i movimenti, le associazioni o le ONG comunque sono sempre animati da buoni propositi, perché lo fanno per noi che non capiamo, perché, perché, perché…meglio a te che a me, nel pieno rispetto del protocollo ideologico, la cui regola numero uno è la pratica dell’ipocrisia. Naturalmente, per par condicio, va detto che non è neanche bello che tra gli autori del report IPCC ci siano personaggi collegabili all’industria del petrolio (come amano definirla quella bravi). Anche loro, eventualmente, sono a rischio bias. Non mi pare però che il loro contributo sia finito nel press release, cioè nella gola degli strilloni, come è invece accaduto per Sven Teske.

Nel frattempo il mondo va avanti e si accorge che così proprio non va bene. Questo è quanto ha scritto Mark Lynas, convinto assertore dell’AGW, scrittore e giornalista di temi ambientali:

this campaigner for Greenpeace was not only embedded in the IPCC itself, but was in effect allowed to review and promote his own campaigning work under the cover of the authoritative and trustworthy IPCC. A more scandalous conflict of interest can scarcely be imagined.

The ER-2010 study would count for me as ‘grey literature’, despite being published in a minor journal called Energy Efficiency (link to  PDF here). This is because it was initially written as a  propaganda report by Greenpeace and the European Renewable Energy Council.

Questo attivista di Greenpeace non era solo incorporato nell’IPCC, ma gli era di fatto permesso di rivedere e promuovere il suo stesso attivismo, sotto la copertura autorevole e degna di fiducia dell’IPCC. Sarebbe difficile immaginare un più scandaloso conflitto di interessi.

Lo studio ER-2010 (il documento di originato da Greenpeace) sarebbe da considerare per me “gray literature”, nonostante sia stato pubblicato in una rivista minore chiamata Energy Efficiency. Questo perché è stato in origine scritto come un report di propaganda da Greenpeace e dall’European Renewable Energy Council.

Se lo dice lui…Quanto ci vorrà perché qualcuno dica che è pagato dall’industria del petrolio?

Da non perdere anche quello che scrive Judith Curry, di cui vi riporto solo l’ultimo periodo, in cui riflette sul processo di “creazione del mostro” che la macchina dell’AGW pone in essere ogni qual volta qualcuno si permette di sollevare un sopracciglio:

Nel riconsiderare la “creazione del mostro”, un elemento chiave è la reazione della parte caldo-verde del dibattito ad ogni anche moderato atteggiamento critico verso l’IPCC. Si è ignorati dall’IPCC e diffamati dai suoi difensori, cosa che ti fa realizzare che c’era anche qualcosa in più da criticare di quello che pensavi inizialmente.

Continuate così, fatevi del male.

FONTE:http://www.climatemonitor.it/?p=18139