Cronache marine

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Scritto da Guido Guidi il 27 – giugno – 2011

Sembra che anche gli orientamenti della ricerca, o almeno quel che di questa assurge agli onori della cronaca in determinati periodi, dicevo sembra che seguano un po’ la moda. Sarà perché nell’emisfero nord è appena iniziata l’estate, ma non si fa che parlare di mare. E puntualmente arriva una pubblicazione fresca fresca che presenta uno studio sull’innalzamento del livello dei mari.

Climate related sea-level variations over the past two millennia – Kemp at al. 2011

La sede di pubblicazione è il PNAS, tra gli “al.” figura anche Michael Mann, autore noto alle cronache per il famigerato Hockey Stick, cioè per la ricostruzione delle temperature medie superficiali dell’ultimo millennio  più discussa e criticata della storia del clima.

Sicché, più o meno tutti i commentatori climatici hanno sin da subito battezzato questa pubblicazione come l’Hockey Stick del mare, dal loro punto di vista immagino che questo non voglia essere esattamente un complimento. Ad ogni modo, l’elemento più significativo della pubblicazione consiste nel fatto che, a detta degli autori, pare che negli ultimi duemila anni il livello dei mari non sia mai cresciuto tanto velocemente quanto è accaduto nel corso dell’ultimo secolo.

A dircelo sono i campioni sedimenti di foraminiferi raccolti in due punti della costa sud-occidentale USA, più precisamente Wilmington e Hampton Roads nel Nord Carolina. In particolare, il livello del mare sarebbe stato più o meno stabile fino all’anno 950 DC, per poi salire con un rateo di circa 0.6mm/anno per circa quattrocento anni e poi tornare alla stabilità o a una legegra diminuzione fino al XIX secolo. Di lì in poi, e fino ai giorni nostri, si sarebbe instaurato un rateo di crescita di 2,6mm/anno.

Questi risultati sono giudicati consistenti con i trend locali più prossimi misurati dai rilevatori di marea e con i trend regionali rilevati dalle sonde satellitari Topex/Poseidon e risultano in accordo – sempre a detta degli autori- con i dati relativi alle temperature medie superficiali.

Scorrendo le pagine in cui questo lavoro è stato analizzato e commentato, si possono riscontrare parecchie perplessità circa i risultati cui gli autori dichiarano di essere giunti (qui per esempio).

La prima è relativa proprio alla consistenza del trend dedotto dai dati di prossimità con le rilevazioni costiere. I due punti presi a a paragone, mostrano infatti un trend l’uno doppio dell’altro, pur entrambi in aumento. Il più basso è simile a quello dei dati di prossimità, mentre l’altro è, come detto parecchio più elevato. In presenza di una tale disparità nelle misure oggettive, come si può giudicare il risultato proveniente dai dati proxy ad esse consistente? Questa differenza, è inoltre indice di una sostanziale instabilità sedimentaria dell’area interessata dallo studio, una istabilità che deriva dalle specifiche caratteristiche di quel tratto di costa che è sede di un delta fluviale. Quali e quante dinamiche diverse da quelle strettamente connesse con le temperature possono aver in qualche modo impresso la loro firma nei dati di prossimità?

Infatti Judith Curry dal suo blog, proprio alla luce della caratteristica strettamente locale dell’analisi condotta in questo studio, dichiara che il suo maggiore elemento di perplessità risiede proprio nell’aver immaginato la semplice relazione che lega le temperature medie superficiali globali al livello medio del mare, sempre a carattere globale.

Questo studio sarà certamente oggetto di accese discussioni nel corso dei prossimi mesi, per cui sarà interessante vedere come andrà a finire. Ma c’è un problema, che si spera che sempre nei prossimi mesi possa essere risolto. Nella pubblicazione e nelle informazioni suppletive pubblicate con essa, non è disponibile tutto quanto sarebbe necessario a replicare lo studio, ovvero a verificarne i procedimenti e analizzarne le assunzioni. Un po’ quello che è già successo ormai parecchi anni fa proprio con l’Hockey Stick.

Questa deficienza (nel senso di qualcosa che manca) appare quanto mai strana se si pensa alla rivista che ha pubblicato lo studio. Il PNAS infatti è stato recentemente al centro di una accesa discussione circa le procedure di referaggio adottate per un lavoro di Lindzen e Chou, ai quali uno dei revisori ha fatto notare di non disporre di tutto quanto necessario a riprodurre i loro ragionamenti e quindi avallare le loro determinazioni. Sembra che questa volta nessuno abbia notato il problema. Steve McIntyre fa notare che questo è solo immaginabile e non oggettivamente riscontrabile, perché il materiale di revisione non è stato reso disponibile. Ancora una volta, ma questa volta con eccesso di manica larga, gli standard di rigidità delle procedure di sottomissione e accettazione dei lavori non sono stati rispettati.

Ora, la materia di cui trattiamo è già enormemente complessa. Le procedure di revisione paritaria dovrebbero servire a garantire appunto degli standard che mettano tutti i lavoro sullo stesso piano, permettendo di analizzarne i contenuti a prescindere da chi li propone, partendo dal presupposto che ogni analisi è vera fino a che non viene confutata. Se questo meccanismo fallisce, tanto per cambiare, ci sono analisi più vere delle altre e, guarda caso, questo avviene sempre in favore di lavori che direttamente o indirettamente sostengono l’ipotesi del forcing antropico sulle dinamiche del clima.

Possibile che gli ultimi due anni di discussione (quando non proprio liti furibonde), di report e contro-report di terze pari, di pubblicazione di mail private e di pubbliche ammissioni non abbiano insegnato proprio nulla?

FONTE: http://www.climatemonitor.it/?p=18290