Il grande poltronificio dei parchi

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25/7/2008 (7:14) – INCHIESTA

Il grande poltronificio dei parchi
Un bagno nel mare del Parco dell’arcipelago della Maddalena 

Trecento posti di nomina politica, 4 mila dipendenti
GIUSEPPE SALVAGGIULO

TORINO
«Se n’è andato in Svizzera, che ci resti: è un ospite sgradito», tuonava Ferruccio Tomasi, presidente del Parco nazionale dello Stelvio, alla notizia del ritorno dell’orso nella zona. Mentre Gianfranco Cualbu, a capo del Parco dell’arcipelago della Maddalena, esternava «grande perplessità ed enorme preoccupazione» per lo smantellamento della base militare Usa con i sommergibili nucleari.

Forse pensava anche a loro, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, quando ha denunciato che «i parchi sono diventati un poltronificio». Perché Tomasi, maestro di sci e cacciatore ma soprattutto amico dell’altro ministro di Forza Italia Franco Frattini, occupa la poltrona pur senza un adeguato curriculum, come ammesso dalla stessa Lega in Parlamento. E Cualbu è un dirigente nuorese di An. Nominati entrambi da Altero Matteoli (An), quando era ministro dell’Ambiente. Tomasi è ancora in carica, Cualbu è stato cacciato al cambio di governo dal successore di Matteoli, Alfonso Pecoraro Scanio, lesto nello spoil system al contrario.

Costi e personale
I 23 parchi nazionali sono l’eccellenza di un sistema di oltre mille aree protette (zone marine, riserve naturali, parchi regionali) che comprende un Comune italiano su tre. Quanta gente ci lavora? Alle dipendenze degli enti di gestione ci sono 4 mila persone, in media 4 per ogni area protetta. Le strutture più grandi sono i parchi nazionali, dove lavorano in media 45 persone, 1 ogni 1400 ettari di territorio protetto. Nei parchi regionali gli impiegati scendono a 12, uno ogni 1000 ettari. In Spagna, la media è di 23 persone al lavoro in ogni parco, cifra che sale a 108 in quelli nazionali: un impiegato ogni 235 ettari. In ogni caso più che in Italia. Non si può dire che gli enti di gestione dei parchi siano elefantiaci. Prendiamo il Parco del Gran Sasso: ha un bilancio di circa 6 milioni di euro e 34 dipendenti (con la stabilizzazione dei precari raddoppieranno) per 160 mila ettari. Nella stessa regione, per esempio, l’Agenzia ambientale ha circa 400 dipendenti.

Né si può dire che le poltrone ai vertici di un ente parco siano cosparse d’oro. La struttura prevede un presidente e un direttore generale nominati sostanzialmente dal ministro dell’Ambiente, oltre a un consiglio direttivo di dodici componenti: due scelti dallo stesso ministro, uno da quello delle Risorse agricole, cinque dagli enti locali, due dalle associazioni ambientaliste, due da enti accademici. Gli stipendi: il presidente guadagna 1500 euro netti al mese, il direttore il doppio. Per i componenti del consiglio direttivo c’è un gettone di presenza per ogni riunione mensile: in genere varia da 30 a 65 euro, più rimborsi benzina. Al più, il presidente può concedersi l’autista. Qualche consulenza. La nomina di un revisore dei conti. Una certa discrezionalità nella gestione dei fondi e nei rimborsi spese. Poca roba: niente a che vedere con Asl o municipalizzate.

Gli appetiti
Eppure anche sugli enti parco si sono scatenati, negli ultimi anni, gli appetiti dei partiti. Che occupano presidenze, direzioni generali e consigli direttivi (complessivamente oltre 300 poltrone) con periodici e selvaggi spoil systems, piazzando esponenti locali ai quali non sono in grado di garantire un seggio in Parlamento o che vogliono premiare per decennali militanze. Se necessario, anche violando la legge che prevede specifiche compentenze per accedere a quelle cariche (in questo caso, segue puntuale il ricorso al Tar). Così, tra il 2001 e il 2006, si assiste a una conversione ambientalista di massa tra i dirigenti di An e Forza Italia, nominati dal ministro Matteoli ai vertici dei parchi: candidati trombati, portaborse, ex deputati, ex sindaci, semplici compagni di partito. Con casi di accanimento parossistico, come per il Parco del Cilento: il ministro per due volte aveva rimosso l’ambientalista Giuseppe Tarallo e per due volte era stato sconfessato dal Tar. E prolungati doppi incarichi: da quattro anni Gianfranco Giuliante guida il parco della Majella ed è presidente provinciale di An a L’Aquila. Poi, dopo le elezioni del 2006, altro ministro e altro giro di poltrone. Nonostante la breve permanenza dell’Unione al governo, Pecoraro Scanio ha fatto in tempo a «verdizzare» qualche ente. Al Parco dei Monti Sibillini – tra Marche e Umbria – ha piazzato prima come commissario l’ex parlamentare Sauro Turroni e poi come presidente Massimo Marcaccio, assessore provinciale. Entrambi dei Verdi (con qualche malumore della Margherita).

Giuseppe Bonanno, fedelissimo di Pecoraro, è stato insediato al vertice del Parco della Maddalena, al posto dell’avvocato di An Cualbu, quello che difendeva la base Usa nell’arcipelago. «Stesso metodo, nomine clientelari – protesta il Pdci – con poltrone di consiglieri distribuite a Verdi, Rifondazione e Udeur». Al Pollino, Pecoraro Scanio ha nominato Domenico Pappaterra, socialista confluito nel Pd, ex deputato, consigliere e assessore regionale, sfortunato candidato al Senato nelle ultime elezioni. Al Circeo il suo vicecapo di gabinetto al ministero, Gaetano Benedetto. All’Apromonte il leader dei Verdi calabresi, Leo Autelitano. Ma, si sa, il vento politico cambia. E la Prestigiacomo ha appena nominato il nuovo commissario del Parco del Gran Sasso. Si chiama Donato Morra e il ministro spiega in un comunicato di averlo scelto per la «vasta esperienza nelle tematiche ambientali del territorio abruzzese».
Oltre a essere coordinatore provinciale di Alleanza Nazionale a Teramo.

FONTE:http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/200807articoli/35097girata.asp