Incremento demografico, la mega bufala

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A me risulta che la paura dell’incremento demografico sia basata su fondamenti  tutt’altro che scientifici.

Nereo Villa

 

Situazione in Italia

Fonte: Antonio Vecchia,

da “Le migrazioni dell’umanità”

(cosediscienza.it)

 

“In Italia, dalla fine degli anni ’60 ad oggi, il tasso di accrescimento demografico annuo è stato in continua diminuzione fino ad invertirsi in questi ultimi anni. Se la situazione dovesse durare nel tempo, la popolazione italiana tenderebbe gradualmente ad estinguersi. Una tendenza tuttavia non è un destino e non è detto che quello che sta accadendo attualmente continuerà in un prossimo futuro. La storia evolutiva dell’uomo ha insegnato che i fattori culturali sono stati molto più importanti rispetto a quelli biologici nel determinare la crescita demografica di una popolazione. Non è detto quindi che una rivoluzione tecnologica, sempre in agguato, un nuovo atteggiamento culturale o una decisa scelta politica non possano cambiare, fino ad invertirlo, il trend negativo attualmente in atto.

Ma prima di disegnare scenari catastrofici per quanto riguarda l’estinzione della popolazione italiana, bisogna chiedersi cosa si intenda effettivamente per popolazione italiana. È possibile individuare un insieme di caratteri antropologici (forma del naso, altezza, colore dei capelli, ecc.) che definisca un individuo appartenente alla popolazione italiana?

La risposta è: no.

Così come è impossibile definire scientificamente le razze umane, è altrettanto impossibile individuare caratteri genetici o morfologici che caratterizzino in modo non ambiguo un Italiano e lo distinguano ad esempio da un Tedesco, da un Francese e perfino da un Africano di pelle nera. Il colore della pelle è solo uno dei tanti caratteri che distingue un individuo da un altro e il fatto che lo sappiamo riconoscere dipende unicamente dalla conformazione dei nostri sensi che vedono colori e forme, ma non sanno distinguere tanti altri tratti genetici che caratterizzano l’individuo.


Vi sono invece aspetti culturali, storici, linguistici e l’insieme delle tradizioni, nei quali si può riconoscere un cittadino italiano, ma si tratta di un insieme di caratteristiche definite in termini politico-culturali e geografici, non certo genetici.


Se quindi è vero che non esiste un problema legato all’estinzione della specie “Homo Italicus” (?), esiste invece nel nostro Paese un problema relativo alla riduzione delle nascite. Alla fine degli anni ’60 nascevano in Italia quasi un milione di bambini all’anno; oggi il numero si è ridotto a meno della metà ed è quasi uguale a quello dei morti così che ormai siamo molto vicini alla “crescita zero”: un valore che per i demografi (gli studiosi delle variazioni delle dimensioni di una popolazione) è un aspetto positivo, ma che per l’opinione pubblica, condizionata da stereotipi culturali legati soprattutto alla religione e ad un rozzo orgoglio campanilistico, è un fatto negativo. Le cause di questo declino sono svariate, ma tutte conseguenti alle condizioni socioeconomiche della popolazione. A sostegno di questo convincimento sta il fatto che il declino non è stato omogeneo in tutto il Paese, ma si è rivelato più intenso nelle regioni settentrionali e centrali rispetto a quelle meridionali. Questa osservazione evidenzia il fatto che in realtà quello dell’incremento demografico è un falso problema: il vero problema sta nella equa distribuzione della ricchezza che condiziona la vita sociale della gente e di conseguenza anche la pianificazione familiare“.

 

Estragon e Vladimir futurologi
Fonte: Rostand Lecrève
Traduzione di Leonardo Terzo

 

“[…] Da quasi un secolo almeno, i futurologi ci allarmano con l’immanente o imminente problema della crescita demografica. Ma i futurologi, per definizione, non indovinano mai il futuro: si limitano a segnalare pericoli possibili […]. Essi infatti ci segnalano ciò di cui, nonostante le loro previsioni, non dobbiamo avere paura, perché il futuro non risolve i problemi posti nelle epoche precedenti, ma semplicemente li abbandona. Lo fa deviando per strade prima non accessibili, che sembrano a quel punto aprire nuove possibilità di vita, rispetto alle quali i vecchi problemi restano irrisolti e irrilevanti.
Le nuove possibilità di vita creano nuovi problemi, e quindi nuovi possibili tipi di disastri. In questo senso la teoria dell’innovazione delle catastrofi di Virilio sembra realizzarsi, appunto perché le sue sono teorie dell’ovvietà. È chiaro che se uso le scale posso inciampare e rotolare per le scale; se invece invento l’ascensore, quando lo uso potrei precipitare, se si rompono i cavi trainanti. L’umanità potrebbe anche scegliere di suicidarsi con l’energia nucleare, oppure essere tanto stupida da non preoccuparsene, e finire come i dinosauri, ma più probabilmente devierà il corso della produzione di energia su altre strade e altre fonti, prima ancora di aver risolto il problema delle scorie atomiche.
Perciò l’aumento demografico non si cura impedendo alle coppie di avere più di un figlio, come succedeva in Cina, ma semplicemente si conterrà gradualmente da solo, col diffondersi dello sviluppo. Lo sviluppo porta automaticamente le coppie a limitare il numero dei figli, perché nelle nuove e più avanzate condizioni economiche il costo di un figlio aumenta mentre il suo apporto al reddito familiare, fondamentale nelle zone del sottosviluppo, diventa inferiore alle spese necessarie per allevarlo. Come si vede anche la prolificità e l’amore dei genitori è una questione di costi e ricavi.
L’allargamento dello spazio, prodotto dalla miniaturizzazione della vita, sarà a disposizione di un maggior numero di persone, ma l’aumento demografico si conterrà entro limiti vivibili. Tuttavia anche questa è la soluzione di un problema esistente in circostanze che valgono ora e nei prossimi pochi anni. Invece il futuro ci porterà certamente da un’altra parte”.

MITI DA SFATARE:

LA SOVRAPPOPOLAZIONE.

QUANDO LA SCIENZA NON VA D’ACCORDO CON LA REALTÀ
Fonte: Allround Engineering


L’allarmismo sulla sovrappopolazione “è una ‘bufala’ che gira dagli anni ’60 in modo caustico e che dopo apocalittiche previsioni, che dovevano avverarsi già prima del 2000, era stato accantonato […].
Andiamo per gradi. Nel 1968 Paul Ehrlich in ‘The population bomb’ prevedeva centinaia di milioni di morti negli anni ottanta a causa di carestie dovute alla incontrollata crescita della popolazione mondiale […].
Paul Ehrlich in ‘New Scientist’ espose la sua teoria catastrofica che poi non si è avverata ma dalle stesse colonne gli fece eco Fred Pearce esponendo la sua disanima: “Cinquant’anni fa ogni donna faceva, in media, tra i 5 e i 6 figli, oggi la media mondiale è di 2,6. La popolazione continua ad aumentare perché le figlie del baby boom sono ancora in età fertile: ‘Ammettendo che abbiano solo due figli ciascuna’, dice Pearce, ‘sono comunque un sacco di bambini. Ma le future generazioni saranno ciascuna più piccola della precedente'”. “Continuare a parlare di sovrappopolazione” – conclude – “non fa altro che distoglierci dal vero problema: l’eccessivo consumo”.
Come vedete non ci si può basare solamente sulla mera matematica ma bisogna tener conto di un’infinità di fattori che esulano anche, in parte, dallo scibile umano (previsioni di guerre, cataclismi ecc.) […].
Come affermato da Pearce il vero problema è dato dall’eccessivo consumo di NOI OCCIDENTALI! Sì, perchè anche Pearce, nella sua disanima non ha tenuto conto che i maggiori consumi sono concentrati nei paesi con un tasso di natalità inferiore.
Gli fa eco George Monbiot dal Guardian sottolineando che i paesi con il più alto tasso di crescita hanno consumi veramente irrisori. L’Africa sub-sahariana influisce per il 18,5% sulla crescita della popolazione mondiale, ma solo del 2,4% sulle emissioni di anidride carbonica. L’America del nord, al contrario, accresce la popolazione del 4%, ma fa aumentare le emissioni del 14%. Nonostante questo, il mondo occidentale continua a dire che per combattere il cambiamento climatico bisogna lottare contro la sovrappopolazione. Ricchissimi europei e statunitensi fondano gruppi per ‘aiutare’ i paesi in via di sviluppo a ridurre le nascite, mentre consumano quantità incredibili di carburante scorrazzando su yacht e jet privati. Forse è l’ora di assumersi le proprie responsabilità ed evitare di addossare la colpa a chi ha ben altri problemi.
[…] Problemi come questo non vanno affrontati solo con schemi e calcoli matematici ma anche con piglio e coscienza!”

 

L’incremento demografico è un falso mito

Fonte: Nicola Iannello,

da “Il falso mito della sovrappopolazione

 

“Siamo davvero in troppi sulla terra? Il problema vero è che nessuno lo sa.

Troppi rispetto a cosa?

Allo spazio a disposizione? Alle risorse naturali? All’inquinamento che deriva dall’attività umana? Ai gusti del professor Sartori?
L’intellettuale fiorentino sembra paventare su tutto l’esaurimento delle risorse.
E lo fa in modo apodittico: “La diagnosi è irrefutabile: la Terra è troppo sfruttata, troppo ‘consumata’. Dal che si dovrebbe ricavare che la colpa primaria è dei troppi consumatori, del fatto che siamo in troppi a consumare” (p. 52); “Per le persone di normale buonsenso il problema è che la Terra è malata di sovraconsumo: noi stiamo consumando molto più di quanto la natura può dare.

Pertanto a livello globale il dilemma è questo: o riduciamo drasticamente i consumi, oppure riduciamo altrettanto drasticamente i consumatori” (p. 72). Troppa gente, troppo consumo.
Cosa c’è di più lineare di un ragionamento del genere? Ma siamo convinti che lo cose stiano proprio in questo modo? Ovvero è corretto l’assunto che sovrappopolazione significa esaurimento delle risorse? Invero qualche dubbio sarebbe opportuno.

Due considerazioni, l’una di carattere statistico, l’altra di carattere storico. Tra i paesi più ricchi della terra ve ne sono molti ad alta densità demografica – Paesi Bassi, Giappone, Belgio, per non parlare di Hong Kong e Singapore – che non stanno correndo alcun rischio di esaurimento delle risorse (Hong Kong ad esempio per ilsemplice fatto che non ne ha).

Sembra quindi che sovraconsumo, sovrappopolazione e benessere possano convivere.
Se poniamo a confronto le tabelle della ricchezza delle nazioni – ovvero le statistiche sul reddito pro capite per paese – e quelle sulla densità della popolazione ricaviamo un fatto semplice: non esiste alcuna relazione di causa-effetto tra densità abitativa e ricchezza o viceversa.

Come riscontro empirico possiamo solo affermare che spesso accade che i paesi più ricchi siano anche quelli più (relativamente al territorio) popolati. Prendiamo come riferimento un dato: una densità di popolazione di 100 abitanti per kmq. Ebbene, soltanto 7 dei 21 Paesi più poveri del mondo superano questa soglia, mentre sono 12 tra i 21 più ricchi a varcarla. Il problema allora è contrario a quello sollevato da Sartori: i paesi poveri sono sottopopolati! I paesi ricchi dal canto loro sono tali perché abbondano di risorse a disposizione dei consumatori, senza che un’era di penuria sia alle viste.

Il dubbio che sorge allora è questo: non è che invece di essere di sovraconsumo la questione è di sottosviluppo?

Del resto – siamo alla considerazione di carattere storico – l’Occidente è lì a dimostrarlo: il più spettacolare incremento di popolazione della storia della nostra specie – ovviamente parliamo degli ultimi due secoli – si è accompagnato a un aumento senza precedenti del livello di vita, concetto in cui comprendiamo
l’allungamento dell’aspettativa di vita, il crollo della mortalità infantile, l’alimentazione, l’igiene, l’istruzione, ecc. In questo lasso di tempo la popolazione dell’Europa è sestuplicata; vogliamo davvero metterci a discutere chi sta meglio tra noi e i nostri avi?

Sartori è però convinto dell’impossibilità di continuare su questo terreno. Per lui, l’ambiente non è più in grado di sopportare il nostro livello di vita: “Tutti sanno, anche se fanno gli struzzi, che il pianeta Terra è finito, e che perciò non può sostenere una popolazione a crescita infinita. E la ‘non sostenibilità’ del nostro sviluppo è ormai sicurissima” (p. 16). Qui il politologo fiorentino si dimostra schiavo di una cultura ecologista votata al catastrofismo ingiustificato e soprattutto non più giustificabile; la ‘non sostenibilità’ sartoriana dello sviluppo e lo speculare “sviluppo
sostenibile” invocato dagli ambientalisti alla moda sono figli gemelli di quel The Limits to Growth che ha avvelenato gli anni ’70 con le sue profezie di sventura puntualmente smentite dai fatti. È francamente imbarazzante vedere un intellettuale come Sartori accodarsi pedissequamente e acriticamente alla vulgata ecologista di maniera; soprattutto perché le proiezioni statistiche stile Club di Roma, Paul Ehrlich, Lester Brown e compagnia bella si sono smentite da sé.

Intruppandosi in siffatta cattiva compagnia Sartori scade nel ridicolo; invece di accantonare questi profeti di sventure mai accadute (il politologo cita senza batter ciglio la “previsione” di Ehrlich, The Population Bomb, 1968, secondo la quale entro il 1983 un quarto della popolazione mondiale sarebbe morta per fame), egli invita
a non confondere le scadenze con il trend (p. 77). Distinzione raffinata, invero: ricorda la profondità diagnostica di quel medico che, predetta al paziente morte per tumore in sei mesi, si vanta di aver azzeccato il quadro clinico quando vent’anni dopo il poveretto muore sotto un tram.

Secondo Sartori più popolazione significa più consumi cioè più inquinamento ed esaurimento delle risorse.
La corsa verso la catastrofe può essere interrotta solo da un intervento che inverta la tendenza agendo o sulla popolazione o sui consumi, anche se Sartori se ne esce con un malthusianesimo di bassa lega: “La semplice verità è che la fame (e ancor prima la sete) sta vincendo, e che vincerà sempre più, perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da sfamare” (p. 39). Quindi il problema si riduce a uno solo: contenere o ridurre il numero degli umani. Per Sartori in tutta evidenza non è possibile coniugare incremento demografico e aumento del tenore di
vita in quanto il secondo condurrebbe alla morte del nostro habitat.
Il politologo non ha fiducia nel fatto che la terra possa sostenere un incremento di produzione di generi alimentari che sia compatibile con l’ambiente, benché la storia dimostri come il grande cambiamento epocale delle nostre società sia proprio l’aumento esponenziale della produzione agricola in senso lato in corrispondenza della riduzione ai minimi termine degli addetti del settore.

L’unica cosa da augurarsi quindi sarebbe che il Sud del mondo – ma sarebbe meglio chiamarlo non-Occidente – si incammini sullo stesso sentiero imboccato prima dall’Europa occidentale e poi dall’America del nord negli ultimi duecento anni, magari evitando proprio quel controllo politico che Sartori invoca a proposito della demografia. Eh sì, perché invece di guardare a Occidente, a proposito di rimedi lo
studioso guarda a Oriente. Se la questione è, sartorianamente, “diminuire le nascite”, ci sono poche opzioni in offerta: o si impediscono i rapporti sessuali (rischiosissimi, trasmettono una malattia ereditaria: la vita), o si pratica la sterilizzazione, o, se il danno è fatto, si impone l’aborto (da escludere la “soluzione
Erode”). Aborto obbligatorio?, si chiederà. Ebbene sì. La parola a Sartori: “Si potrà protestare sulla crudeltà delle norme sulla procreazione imposte in Cina dal 1971 in poi. Ma in precedenza, a cavallo degli anni ’50-’60, tra i 15 e i 30 milioni di cinesi erano morti di fame e di epidemie. È più crudele imporre l’aborto o lasciar fare alle carestie?” (p. 49. Una chicca anche a p. 83: “Tanto più si riesce a prevenire una gravidanza e tantomeno si deve ricorrere alla sua interruzione”. Si deve?).

Intendiamoci, il problema esiste; effettivamente in Cina milioni di persone sono morte in quel periodo. E pensare che ci sono degli ingenui che pensano sia stato il comunismo! Ricordate il comunismo? Si tratta di quel sistema politico-sociale ovunque imposto con la forza e che ovunque è riuscito a coniugare oppressione e povertà. Bene, magari protestate con le sue crudeltà, però che bella soluzione al problema che tanto sta a cuore al professor Sartori! Allora imponiamo l’aborto e non pensiamoci più. Che poi la Cina dell’esempio abbia provveduto all’eliminazione fisica – oltre che dei feti – anche di qualche milione di nati – 35 milioni per il massimo studioso di “democidi” – è solo una coincidenza, ma imporre l’aborto e sopprimere i vivi, chissà perché, spesso vanno a braccetto. E dire che proprio lo sterminato paese asiatico fornisce il più lampante controesempio fattuale al discorso di Sartori. Mai sentito parlare di Hong Kong? L’ex colonia inglese è diventata dal 1° luglio 1997 una Regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese ma continua da anni, anche nel 2003, ad essere insignita del primo posto nell’Indice della libertà economica redatto dalla Heritage Foundation di Washington; Hong Kong (dati 2001) stipa 6.724.900 di abitanti in appena 1.092 kmq assicurando loro un reddito annuo pro capite di 24.506 dollari. La Cina spalma il suo miliardo e 271 milioni di abitanti su 9.596.960 kmq con un reddito pro capite di 876 dollari. Lascio giudicare al lettore se il problema è di sovrappopolazione o di sistema politico-economico.

Intendiamoci, nulla di male nell’elogio delle politiche demografiche altrui – “Di fronte a questo allucinante crescendo, la Cina, l’India e da ultimo il grosso degli Stati islamici hanno aperto gli occhi e si sono impegnati nel controllo e nella riduzione delle nascite” (p. 47) – purché le si chiami col loro nome: eugenetica, ovvero controllo forzato delle nascite, gestione autoritaria della procreazione, sorveglianza poliziesca della gravidanza. (Per inciso: questo discorso è totalmente indipendente da quello sulla legittimità o meno dell’interruzione volontaria della gravidanza. L’aspetto che qui interessa è la differenza tra la volontarietà e la coattività
dell’interruzione.)

Ripetiamo: nulla di male. Questione di gusti. Si può parlar bene di qualunque cosa a patto di non voler passare per quel che non si è.
Noam Chomsky è ancora un intellettuale rispettato a livello internazionale; negli anni ’70 gli piaceva tanto Pol Pot da difenderlo dalle calunnie della reazione, giungendo a sbeffeggiare i profughi cambogiani, accusati di inventarsi un genocidio inesistente. Almeno Chomsky non ha la fissazione di farsi passare per un liberale. Ma forse Sartori, dopo tanti anni a New York, non è più capace di distinguere un liberale da un liberal.

A proposito di demografia, Sartori si sveglia nel 2003 quando il tasso di fertilità nel mondo è in discesa significativa da almeno vent’anni.
Se Sartori consultasse il World Population Prospect 2002 dell’Onu si accorgerebbe che per la prima volta in questa sede si punta il dito sulla denatalità nei paesi più sviluppati; l’area più ricca della terra si avvia a scendere sotto il tasso di fertilità dei 2,1 figli per donna, ovvero la soglia che garantisce il ricambio generazionale.
Nei paese più ricchi ogni donna ha in media 1,9 figli, e l’Italia è il paese con la fecondità più bassa del mondo: 1,3 figli in media per donna. Questo ha indotto i demografi dell’Onu a rivedere al ribasso le stime sull’incremento demografico del rapporto precedente, quello del 2000, scendendo per l’anno 2050 dai 9,3 miliardi agli 8,9: una riduzione di 400 milioni di persone (Sartori spara un 9-10 miliardi
che nessuno ormai considera realistico). Tra l’altro la riduzione del tasso di fertilità è di tale portata che questa revisione al ribasso ha mandato all’aria previsioni ancora precedenti che prevedevano proprio per il 2050 il raddoppio della popolazione attuale (6,2 miliardi) e in ogni caso il passaggio della soglia dei 12 miliardi di umani. Tra l’altro, secondo John Clarke, alla luce della flessione della fertilità totale, la popolazione della terra è destinata a stabilizzarsi proprio sui 12 miliardi.

La fecondità media dei paesi del terzo mondo (3,7 figli per donna) è molto superiore a quella necessaria per il rimpiazzo generazionale, e sta comportando una crescita della loro popolazione totale; ma nel 1960 era ai 6,1 figli per donna. Cosa è accaduto allora veramente in questi paesi? È accaduto il fenomeno che gli esperti chiamano con il nome di “transizione demografica”: l’impatto delle tecniche mediche che hanno abbattuto la mortalità infantile e aumentato la speranza di vita alla nascita ha causato un grande aumento della popolazione; ma mentre nei paesi sviluppati questo aumento nel corso del XIX secolo è mstato lento e si è accompagnato a uno analogo a livello economico, in quelli in via di sviluppo nel XX secolo è stato improvviso, e spesso senza una sufficiente contropartita in termini di sviluppo economico, creando dunque l’allarme della popolazione. In sostanza, il fatto non
è tanto che si nasce di più ma che si muore di meno.

Sartori però non condivide la posizione di chi prospetta al terzo mondo la via occidentale: “Si risponde che il calo delle nascite dei popoli sottosviluppati avverrà ‘naturalmente’ (quando? Quando saremo 15 miliardi?) con lo sviluppo economico. Ma assolutamente no. Anche perché l’aumento incontrollato delle nascite è, circolarmente, causa ed effetto di povertà e sottosviluppo” (p. 19). L’affermazione è
sorprendente. Come si spiega allora che l’aumento incontrollato delle nascite in Europa occidentale nel XIX secolo non ha portato né povertà né sottosviluppo ma il contrario? La nostra storia dimostra proprio il successo di un modello che è riuscito a coniugare – ribadiamo: per la prima volta nella storia della nostra specie – crescita demografica e msviluppo economico.

Attualmente la popolazione mondiale cresce con un tasso dell’1,2% annuo che implica 77 milioni di nuovi terrestri l’anno. Considerando che il tasso era del 2,1% nella seconda metà degli anni ’60, il trend – parola amata da Sartori – è quello di una notevole decelerazione dell’incremento demografico. Le tendenze demografiche incoraggiano un cauto ottimismo, come quello dello statistico danese Bjørn Lomborg: “Viviamo più del doppio di quanto accadeva cent’anni fa, e il miglioramento è avvenuto sia nel mondo industrializzato, sia in quello in via di sviluppo. La mortalità infantile è crollata sia nei paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo di assai più del 50%.
Infine, siamo molto meno malati di un tempo, e non viceversa” . Tesi, quelle di Lomborg, che Sartori definisce chissà perché “pierinesche” (p. 71; forse il bello del successo accademico e non solo è proprio quello di poter affibbiare definizioni bizzarre al lavoro scientifico di colleghi con cui non si è d’accordo). Certo, lui che Pierino non è, ha ben chiaro il problema: “L’Unicef denunzia il dramma di 30000
bambini che muoiono ogni giorno di malattie curabili. Non fa dramma, invece, che ogni giorno la popolazione del mondo cresca di più di 230000 persone” (p. 19). Riflettiamo su questo punto: decessi e nascite, secondo questo metro, stanno sullo stesso piano. Disgrazie gli uni, disgrazie le altre.

Ma che mondo ha in mente Sartori? Ma non si rende conto che proprio la lotta contro la morte e gli ahimè umanamente relativi successi contro di essa sono la caratteristica fondamentale della nostra civiltà? Gli storici dell’economia Rosenberg e Birdzell, a proposito dell’enorme incremento di ricchezza ottenuto dall’Occidente negli ultimi secoli, scrivono: “La minaccia più grande è sempre stata la morte, e il
cammino dalla povertà alla ricchezza è, prima di tutto, un percorso di allontanamento dalla morte” . Ora, di fronte al calo della mortalità infantile e all’allungamento dell’aspettativa di vita che fa Sartori? Equipara la nascita alla morte, entrambe dei drammi. Come fa Sartori a non capire che la “sconfitta” della morte – proprio nel senso biologico del termine, come fatto dell’esistenza – è la più grande mconquista dell’Occidente? Altro che affannarsi a “combattere” le nascite! Vien da chiedersi che cosa hanno fatto i bambini al professor Sartori.

“A peste, fame et bello: libera nos Domine”, impetravano i nostri antenati. Per quanto riguarda noi discendenti diretti, la loro preghiera è stata esaudita. Nel mondo sviluppato le grandi epidemie sono un ricordo così lontano che le centinaia di morti per Sars hanno creato un allarme mondiale; in alcune zone dell’Africa invece alcune malattie terribili sono endemiche. La fame è un problema che alle
nostre latitudini viene risolto tre volte al giorno, mentre si muore di denutrizione in altre aree del pianeta. La guerra è un flagello che non riguarda più il territorio dell’Occidente (minaccia terroristica a parte) ma che devasta ampie porzioni della terra; anzi, è la causa principale di fame e malattie e delle morti che ne derivano.

Non è vero, quindi, che il mondo è sovrappopolato; è vero che ci sono aree del mondo dove si muore di fame e malattie e aree del mondo dove si vive nella prosperità. Ricordo di aver sentito dire da un funzionario della Fao durante il vertice a Roma nel 2002 che la terra è già in grado di sfamare 20 miliardi di umani (ovviamente l’esperto voleva attirare l’attenzione sul fatto che a risorse alimentari
globali abbondanti corrisponde un'”ingiustizia” nel godimento tra le aree del pianeta). Ci sono certo fatti che testimoniano uno squilibrio. L’Europa e l’America Settentrionale – che costituiscono il 14% della popolazione del pianeta – producono e godono il 60% circa del reddito mondiale. Ed è vero il contrario di ciò che denuncia
Sartori: la ricchezza (disponibilità di risorse) può accompagnarsi ad un’alta densità di popolazione. Quindi non è vero che la sovrappopolazione è il problema. Lo sviluppo riduce la crescita della popolazione e non provoca l’esaurimento delle risorse. Allora il rimedio non è, almeno per chi si professa liberale, bloccare
coattivamente le nascite ma favorire le istituzioni che sostengono il benessere: su tutte la proprietà privata e il mercato.

Dopo aver concentrato la sua attenzione sul problema delle risorse messe a repentaglio dalla sovrappopolazione, il politologo fiorentino non può trattenersi dalla più classica delle banalità: ci manca lo spazio! Comico l’avvertimento: “attenzione, quando saremo, in ipotesi, il doppio di oggi (12 miliardi), la Terra vivibile sarà, in ipotesi, la metà di oggi” (p. 19). Ma lo sa il professor Sartori che oggi
l’umanità occupa neanche l’1% delle terre emerse e libere dai ghiacci? Ma lo sa il professor Sartori che l’intera popolazione mondiale potrebbe insediarsi in Texas dove comunque una famiglia di quattro persone avrebbe a disposizione l’equivalente di un isolato urbano? Che se l’intera popolazione mondiale si trasferisse in Alaska ogni individuo disporrebbe di metà dello spazio di cui gode oggi una
famiglia americana?

Segnalo al lettore che volesse un quadro concettuale serio e cifre affidabili i saggi di David Osterfeld e Giorgio Bianco , ma soprattutto The Ultimate Resource II di Julian Simon ; la monografia dell’economista dell’Università del Maryland scomparso nel 1998 fa giustizia di tutti i luoghi comuni dell’ecologista di maniera, mito della sovrappopolazione incluso […]”.

 

 

Piani di genocidio

in nome del bene comune?

Fonte: Redazione di Disinformazione.it


“È operativo negli Stati Uniti un piano per piazzare il neo-malthusiano Albert Arnold Gore junior (vice presidente di William Jefferson Clinton e Premio Nobel per la Pace, sic!) alla Casa Bianca.
Al Gore (uomo di punta dell’establishment, finanziato da multinazionali del petrolio), è un forte sostenitore di Paul e Anne Ehrlich, autori nel 1968 del libro: ‘La bomba demografica’, che vuole attribuire alla sovrappopolazione tutti i problemi ambientali del mondo. Come vice presidente minacciò di tagliare ogni aiuto economico al Sud Africa se il paese non abbandonava i piani per produrre in proprio medicinali generici contro l’AIDS…
Oggi il signor Al Gore, con la scusa del riscaldamento globale è diventato il paladino, universalmente riconosciuto, dell’ambientalismo. I suoi scopi invece sono quelli di portare avanti le più becere teorie malthusiane sulla sovrappopolazione: cioè lasciar morire o aiutarli a morire, milioni di persone nei paesi in via di sviluppo!”

FONTE:http://www.nereovilla.it/sul_falso_problema_dell_incremento_demografico.htm