Internet Kill Switch/ Il “bottone” che blocca la Rete? Tranquilli: Obama non lo userà mai

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Venerdí 02.07.2010 18:00

In Italia la notizia e’ passata quasi in sordina, solo nelle ultime giornate alcuni media nazionali hanno riportato della recente approvazione da  parte del Senato Usa di una legge che regola la risposta ad un’eventuale emergenza derivante da un attacco alle infrastrutture critiche americane proveniente da Internet.
E lo fa regalando al presidente Obama l’ “Internet Kill Switch“, un bottone che, una volta premuto, disattiva interi nodi di Internet, per garantire la sopravvivenza dei sistemi interni americani, con tutte le conseguenze del caso.

Eh si, perche’ non ci vuole un esperto di Internet per capire che, qualora i nodi Internet americani dovessero essere disconnessi, ne conseguirebbe la paralisi di Internet nella sua totalita’.
Non tanto per questioni elettroniche, perche’ Internet nasce con la capacita’ di effettuare la consegna dei pacchetti anche qualora alcuni nodi dovessero saltare, bensi’ per il fatto che ci sarebbe un blocco totale delle attivita’ di business come effetto secondario. I payment gateway per esempio, non potrebbero piu’ processare i dati di pagamento, le banche non potrebbero piu’ effettuare trasferimenti, niente vendite online, gran parte delle telecomunicazioni verrebbe interrotta (anche quelle nazionali, visto che oramai una telefonata Milano-Pavia avviene sempre piu’ spesso su protocollo TCP/IP transitando su canali Internet che possono vedere all’insaputa dell’utente, la comunicazione transitare da Milano a New York, per poi passare da New York a Londra, per poi ritornare a Milano e finalmente arrivare a Pavia, e’ il bello della rete).

Non a caso gran parte della stampa specializzata si e’ mobilitata con articoli che sostanzialmente condannano questa legge, ipotizzando scenari orwelliani. “Troppo potere” tuonano in sostanza all’ unisono tutti gli esperti.

Ad eccitare ancor di piu’ gli animi, il fatto che la legge dietro l’Internet Kill Switch e’ stata fortemente voluta dal senatore Joe Lieberman, il politico ebreo ultra-conservatore che e’ l’incarnazione diretta dei desiderata dell’AIPAC, la potente lobby ebraica che finanzia le campagne di politici Usa vicini ad Israele.

Fin qui i fatti, ora la mia analisi che comincia con uno statement che e’ perfettamente in linea con lo stile che mi appartiene: Joe Lieberman sta ad Internet oggi, come Pisanu stava ad Internet tre legislature fa (e ci sta ancora, se non altro sin quando il suo decreto non verra’ fatto sparire da qualche parlamentare volenteroso).
Con una aggravante pero’: Pisanu poteva essere tacciato di ingenuita’ e scarsa competenza,  Lieberman invece con Internet ha la coda di paglia, ci sono alcuni episodi passati non simpatici che lo screditano completamente agli occhi di chi questi episodi li conosce, come me.
Lieberman e’ il peggior promotore  possibile di una legge del genere, perche’ ha dimostrato in passato di saper cavalcare degli episodi di hackeraggio, ingigantendoli, piegando i fatti a proprio vantaggio, mentendo sapendo di mentire.

Un primo assaggio con il mondo degli hacker Lieberman lo ebbe nel novembre del 2000, quando un hacker pachistano violo’ i server dell’AIPAC, defacciandone la homepage, sottraendo la lista dei (tanti) iscritti all’ AIPAC e pubblicando su Internet i dati delle loro carte di credito.
Fu il primo caso che vide l’FBI attivarsi internazionalmente alla ricerca di un hacker che venne rintracciato ma mai condannato. E perche’ mai non fu condannato? Perche’ dietro quell’ hacker si celava l’ISI, i potenti servizi segreti pachistani tant’e’ che oggi lo stesso hacker e’ a piede libero nonche’ a capo di una organizzazione per la sicurezza informatica pachistana. Diciamo pure che la lobby ebraica dell’ AIPAC si incazzo’ non poco.

Un secondo incontro con  il mondo degli hacker Lieberman lo ebbe nell’agosto 2006, quando il suo sito personale a supporto della sua campagna per le elezioni venne hackerato e defacciato per ben due volte. Liebermann accuso’ pubblicamente il suo opponente politico Ned Lamont, dicendo che c’era in corso una cyberguerra dal sapore politico che lo vedeva vittima. La stampa ovviamente si comporto’ come Lieberman si aspettava, ingigantendo il caso.
Senonche’ il sottoscritto, curioso e scettico per natura, decise di vederci un po’ piu’ chiaro nella vicenda, poiche’ le affermazioni di Lieberman erano sempre accompagnate da spiegazioni tecniche poco convincenti.
Quindi attraverso i “soliti canali” (qualora non li conosceste lasciate perdere, e’ meglio cosi’), rintracciai e presi contatto con l’hacker che aveva violato quei server, scoprendo che era un ragazzo turco che manco sapeva chi fosse Lieberman e che aveva violato il suo server, “cosi’ per divertirsi”. Ned Lamont insomma non c’entrava nulla, era tutta una montatura della quale peraltro, Lieberman mai si scuso’.

Un terzo episodio che vide Lieberman cavalcare l’onda della cyber-guerra e’ relativo al presunto attacco di Denial of Service che mise in ginocchio i server mail di Lieberman, pochi giorni dopo l’episodio dell’ hacker turco. Prima Lieberman parlo’ di un attacco di cyberterroristi, salvo poi addossare la colpa anche in questo caso a Ted Lamont, che venne ancora accusato di esserne il mandante. Questa volta una indagine ufficiale scopri’ che la colpa era dei server di Lieberman che, mal configurati, non avevano saputo reggere al traffico incalzante come quello derivante da una campagna elettorale. Intanto pero’ la stampa aveva bevuto anche questa faccenda ed aveva riportato le accuse iniziali di Lieberman a Lamont. Anche in questo caso Lieberman non si scuso’ con Lamont.

E cosi’ veniamo a scoprire che Lieberman, a causa della sua spiccata attitudine a cavalcare senza titolo il fantasma del cyberterrorismo, possa essere il soggetto meno adatto e credibile per fare da sponsor ad una simile legge. Intanto pero’ la legge l’hanno fatta ed il mondo comincia a tremare, perche’ nel testo della legge sta scritto che “il Presidente in tempo di guerra ha il potere di spegnere interi segmenti di Internet a protezione delle infrastrutture critiche nazionali”.
La domanda da farsi e’ quindi: gli Stati Uniti sono in questo momento tecnicamente in guerra? La risposta e’ SI e la troviamo sul sito della Homeland Security dove troneggia il “terrormometro” ovvero l’indicatore della probabilita’ di attacchi terroristici ai danni degli Usa. Mentre scrivo e’ in condizione gialla (elevated risk) per il territorio e in condizione rossa (high risk) per i voli aerei.
Tecnicamente quindi il Presidente potrebbe avere gia’ in mano gli strumenti giuridici per esercitare il potere di disconnettere Internet dal resto del mondo.

Ma a differenza degli allarmisti, io dormo sonni tranquilli: quel bottone non verra’ mai schiacciato. E perche’ mai, chiederanno i piu’ facendo coro a Lieberman. Perche’ sarebbe come spegner un incendio togliendo l’aria dalla stessa stanza in cui si sta. Si morirebbe comunque, non ustionati ma soffocati.

Spegnere Internet per quello che Internet e’ diventato oggi significa affossare ISTANTANEAMENTE tutto il sistema finanziario, nonche’ affossare nel brevissimo periodo la totalita’ dell’industria e dell’ economia degli stessi Usa.

Peraltro, gia’ sin dall’anno 1934 il presidente Usa poteva esercitare tale potere, anche se per ovvi motivi Internet non veniva menzionata. Allora ci si riferiva piu’ in generale a “sistemi di telecomunicazioni”.
Con l’entrata in vigore della nuova legge quindi non si introduce nulla di nuovo se non la contestualizzazione in ambito Internet. Il testo integrale dell’ Internet Kill Switch e’ disponibile qui.

Stiamo tranquilli quindi, saranno gli stessi interessi economici Usa a far si che quel bottone non verra’ mai schiacciato, in barba a Lieberman.

R.P.

FONTE:http://affaritaliani.libero.it/mediatech/lieberman290610.html