L’Eretico del Clima

Number of View: 1155
Scritto da Fabio Spina il 26 – gennaio – 2011

Il giorno 16 gennaio 2008, l’inserto scientifico Tuttoscienze de “La Stampa” ha pubblicato un articolo firmato dal prof. Freeman Dyson, fisico, dal titolo accattivante: “I miei pensieri eretici sul clima”, lo riportiamo sotto integralmente:

Il problema dell’anidride carbonica nell’atmosfera va visto in termini di gestione dei suoli e dei terreni non di semplice meteorologia. Circa un decimo dell’anidride carbonica viene convertito in biomassa ogni estate e poi restituito all’atmosfera ogni autunno.

I miei pensieri eretici sul clima

Il mio compito di scienziato è sfidare i dogmi sul riscaldamento globale: sono orgoglioso di essere eretico. I modelli computerizzati di previsione non sono affatto in grado di prevedere il caos del mondo nel quale viviamo.

I dogmi del riscaldamento globale devono essere sfidati: perché non contemplare l’ipotesi che l’anidride carbonica ci sia utile?

Per prima cosa devo ammettere che, come scienziato, non ho fiducia nelle previsioni. La scienza è l’imprevedibilità organizzata: nei loro esperimenti, gli scienziati non fanno altro che mettere le cose insieme in modo che siano il più prevedibili possibile, e procedono per vedere cosa succede veramente. Si potrebbe arrivare a dire che, se qualcosa è prevedibile, allora non è scienza. Dunque, nel fare le mie previsioni, non parlerò come scienziato ma come narratore: le mie previsioni saranno fantascienza, più che scienza.

È noto che i racconti fantascientifici non sono accurati: il loro scopo non è descrivere ciò che accadrà, ma immaginare cosa potrebbe accadere. Il mio scopo è raccontare storie che possano sfidare i dogmi che oggi sono dominanti: dogmi che potrebbero risultare corretti, ma che hanno bisogno di essere sfidati. Sono orgoglioso di essere un eretico.

Il trambusto che circonda il riscaldamento globale è esagerato. Mi oppongo alla fratellanza degli esperti dei modelli climatici e alle folle che hanno illuso con i loro numeri. Certo, come fanno notare, non ho una laurea in meteorologia e quindi non avrei le qualifiche per parlare. Ma ho studiato i modelli climatici e so cosa possono fare.

I modelli risolvono le equazioni della fluidodinamica e descrivono bene i moti fluidi dell’atmosfera e degli oceani. Descrivono piuttosto male le nuvole, la chimica e la biologia dei campi, delle fattorie e delle foreste. Non riescono a descrivere il mondo reale in cui viviamo, che è fatto di fango e disordine, pieno di cose che non comprendiamo ancora. È molto più semplice, per un ricercatore, restare in ufficio a far girare i modelli sul computer che non indossare indumenti pesanti per misurare cosa sta davvero succedendo nelle paludi e tra le nuvole. Non c’è dubbio che alcune parti del mondo si stiano scaldando e non sto assolutamente dicendo che il riscaldamento non causi problemi: è ovvio che lo fa. Ma è altrettanto ovvio che dovremmo cercare di capirne di più. Quel che sto dicendo è che questi problemi sono grossolanamente esagerati: privano di attenzioni e di denaro altri problemi più urgenti, come la povertà e le malattie, l’istruzione e la sanità pubbliche e la conservazione delle creature viventi, per non dire del problema più grave di tutti: quello della guerra.

Il riscaldamento globale è un problema interessante, sebbene la sua importanza sia eccessivamente amplificata. Per capire come si muove il carbonio attraverso l’atmosfera e la biosfera occorre misurare una gran quantità di variabili. Non voglio confondervi e vi chiederò di ricordare un solo numero: un terzo di millimetro all’anno.

Metà della terraferma sostiene una vegetazione di qualche tipo. Ogni anno assorbe e converte in biomassa una certa frazione dell’anidride carbonica che emettiamo nell’atmosfera. Non sappiamo quanto sia grande la frazione che assorbe, perché non abbiamo misurato l’incremento o il decremento di biomassa. Il numero che vi ho chiesto di ricordare è l’aumento di spessore della biomassa che si avrebbe mediamente, su oltre metà della terraferma presente sul pianeta, se venisse assorbito tutto il carbonio che stiamo emettendo bruciando carburanti fossili: solo un terzo di millimetro all’ anno. Il punto cruciale è il tasso di scambio molto favorevole che sussiste tra carbonio nell’atmosfera e carbonio nel terreno. Per bloccare l’aumento di carbonio nell’atmosfera, è sufficiente che facciamo crescere la biomassa nel terreno di un terzo di millimetro l’anno.

Deduco che il problema dell’anidride carbonica nell’ atmosfera va visto in termini di gestione del terreno, non di meteorologia. Nessun modello computerizzato dell’atmosfera o dell’oceano può sperare di predire come dovremmo gestire la Terra.

Ecco un altro pensiero eretico. Invece di calcolare una media mondiale di crescita della biomassa, sarebbe meglio mantenerci su scala locale. Considerate uno dei possibili scenari futuri: la Cina continua a sviluppare la propria economia, basandola sul carbone, e gli Usa decidono di assorbire l’anidride carbonica che ne risulta aumentando la biomassa dei loro suoli. A differenza delle piante e degli alberi, non c’è limite alla quantità di biomassa che si può immagazzinare.

Circa un decimo di tutta l’anidride carbonica viene convertita in biomassa ogni estate e restituita all’atmosfera ogni autunno: è per questo che gli effetti dei combustibili fossili non si possono separare dagli effetti della crescita e della decomposizione delle piante. Ci sono, in particolare, cinque serbatoi di carbone che sono accessibili biologicamente nel breve periodo, senza contare le rocce ricche di carbonati e le profondità degli oceani. Sono l’atmosfera, le piante sulla terraferma, il suolo su cui crescono le piante, lo strato superficiale dell’ oceano dove crescono le piante marine e le riserve di combustibili fossili. L’atmosfera è il serbatoio più piccolo, mentre i combustibili fossili sono il maggiore, ma tutti e cinque sono abbastanza simili. Tra loro c’è una fitta interazione e per capirne uno è necessario capirli tutti.

Non sappiamo se una gestione intelligente del terreno potrebbe far aumentare il serbatoio del suolo di quattro miliardi di tonnellate di carbonio l’anno – la quantità necessaria a fermare l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera. L’unica cosa che possiamo affermare con certezza è che si tratta di un’ipotesi teorica possibile, che dovrebbe essere considerata seriamente.

La mia terza eresia riguarda un mistero che mi ha sempre affascinato. In molti punti del deserto del Sahara si trovano graffiti rupestri che rappresentano persone e branchi di animali: si tratta di tracce numerose e di qualità artistica sorprendente e furono probabilmente dipinte nell’arco di qualche migliaio di anni. Le ultime tradiscono l’influenza degli Egizi e sembrano essere contemporanee delle prime forme di arte tombale di questo popolo. I migliori graffiti dei branchi risalgono a circa 6 mila anni fa e ci sono prove schiaccianti che a quell’epoca il Sahara fosse umido: c’era abbastanza pioggia da consentire a vacche e giraffe di pascolare tra erba e alberi e c’erano ippopotami ed elefanti. Il Sahara di ieri dev’essere stato simile al Serengeti di oggi.

Sempre 6 mila anni fa c’erano foreste decidue nel Nord Europa dove oggi si trovano solo conifere, a dimostrazione del fatto che il clima di queste zone settentrionali era più mite. C’erano alberi anche nelle valli svizzere che oggi ospitano famosi ghiacciai e i ghiacciai che adesso si stanno ritirando erano molto più piccoli. Seimila anni fa sembra essersi verificato il periodo più caldo e umido dell’era interglaciale, iniziata 12 mila anni fa con la fine dell’ultima era glaciale. Ora avrei due domande da porvi.

Primo: se permettessimo all’anidride carbonica nell’atmosfera di aumentare ancora, arriveremmo ad avere un clima simile a quello di 6 mila anni fa, quando il Sahara era umido? Secondo: se potessimo scegliere tra il clima di oggi con il Sahara arido o quello di 6 mila anni fa con il Sahara umido, preferiremmo la situazione odierna?

La mia terza eresia risponde “sì” alla prima domanda e “no” alla seconda. Il clima caldo di 6 mila anni fa sarebbe preferibile e l’aumento dell’anidride carbonica potrebbe aiutarci a ricrearlo. Non dico che questa eresia sia vera, ma solo che non ci farebbe male pensarci. La biosfera è la cosa più complicata con cui l’uomo abbia a che fare. L’ecologia planetaria è ancora una scienza giovane e poco sviluppata: non mi stupisce che esperti onesti e bene informati non si trovino d’accordo sui fatti.

Ma al di là del disaccordo sui fatti c’è un disaccordo più profondo ed è sui valori. Si può descrivere in modo iper-semplificato come disaccordo tra naturalisti e umanisti. I primi credono che la natura abbia sempre ragione: per loro il valore più alto è il rispetto dell’ ordine delle cose e qualsiasi goffa interferenza degli uomini nell’ambiente naturale è un male. È un male bruciare i combustibili fossili e sarebbe un male anche trasformare il deserto – che sia il Sahara o un oceano – in un ecosistema dove le giraffe o i tonni prosperano. La natura ha sempre ragione e qualsiasi cosa facciamo per migliorarla non porterà che guai: questa etica naturalista è la forza propulsiva del Protocollo di Kyoto.

L’etica umanista parte invece dall’idea che gli uomini sono una parte essenziale della natura. È grazie alle nostre menti che la biosfera ha acquisito la capacità di guidare la propria evoluzione e ora comandiamo noi. Noi umani abbiamo il diritto e il dovere di ricostruire la natura in modo che la nostra specie e la biosfera possano sopravvivere e prosperare. Secondo gli umanisti, il valore più alto è la coesistenza armoniosa tra esseri umani e natura, mentre i mali più grandi sono la povertà, la disoccupazione, la malattia e la fame, perché sono condizioni che limitano le opportunità e la libertà delle persone. L’etica umanista accetta l’aumento di anidride carbonica come un piccolo prezzo da pagare per lo sviluppo e l’industrializzazione globale, se questi possono alleviare le miserie di cui soffre metà dell’umanità. L’etica umanista accetta la responsabilità di guidare l’evoluzione del pianeta. È per questo che sono un umanista.

FONTE:http://www.climatemonitor.it/?p=15393