LA VERA STORIA DI GREENPEACE

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LA VERA STORIA DI GREENPEACE

Questo
è lo slogan che campeggia sulla pagina del sito di Greenpeace. E’
assolutamente corretto ma incompleto. Dovrebbe infatti riportare: “sei
coinvolto anche nell’evitare di farti fregare da organizzazioni come
Greenpeace”. Certo, perché dietro alla facciata di campagne dalla
filosofia spesso condivisibile, nascondono ben altro. Come è spiegato
anche nel libro “Le bugie degli ambientalisti” di cui riportiamo alcuni
interessanti stralci.

“Greenpeace si presenta come
un’associazione per la difesa dell’ambiente, in verità è una
multinazionale che cerca potere politico e denaro.” Così disse alla
rivista brasiliana “Veja” il giornalista islandese Magnus Gudmundsson.

Patrick Moore, membro fondatore e direttore per 15 anni di Greenpeace,
ha raccontato al “Sole 24 Ore”: “Oggi gran parte dei leader verdi sono
in realtà attivisti politici che si servono della retorica ambientalista
per promuovere iniziative che hanno molto più a che fare con la lotta
di classe e con l’anti-globalizzazione che con l’ecologia e la scienza”.
Kalle Hestvedt, portavoce di Greenpeace, ha detto al quotidiano
norvegese “Verdens Gang”: “La verità è che molte questioni ambientali
per le quali ci siamo battuti negli ultimi dieci anni sono ormai
risolte. Nonostante ciò, la strategia continua a basarsi sul presupposto
che tutto sta andando in malora”.

In effetti Greenpeace è un’organizzazione ambientalista con caratteristiche particolari. Più che
dedicarsi a programmi di sviluppo per far crescere boschi o a salvaguardare specie in via di estinzione, è nota per gli assalti alle
navi, per le manifestazioni contro l’industria chimica, per gli attacchi alle piantagioni biotech, per le tecniche spettacolari e aggressive utilizzate contro imprese che sarebbero la causa di “inquinamento”.
Slogan duri, campagne pubblicitarie vaste e diffuse, una grande capacità di apparire sui mezzi di comunicazione di massa, azioni dimostrative e un organizzatissimo ufficio stampa, questa è la forza di Greenpeace.
Sulla base di questa capacità di “fare notizia” Greenpeace ha costruito un vero e proprio impero finanziario con decine di sedi e milioni di dollari.

L’impero finanziario di Greenpeace
Greenpeace
International ha sede ad Amsterdam ed è la più grande organizzazione
dell’universo di Greenpeace. Gli uffici nazionali di Greenpeace sono
circa quaranta, distribuiti in tutto il mondo. Alcuni sono entità
indipendenti, altri, invece, sono satelliti di Greenpeace International.
Nel 2000 il budget totale di tutte le organizzazioni Greenpeace,
incluso la International, è stato di 143 milioni di dollari. Negli USA
le entità principali e indipendenti sono Greenpeace, Inc. e Greenpeace
Fund, Inc. Entrambe sono organizzazioni no-profit ma con differente
profilo. La legge statunitense prevede due tipi di no-profit, la
principale differenza tra i due è che nel primo caso i benefattori
possono dedurre dalle tasse i contributi, ma questi ultimi possono
essere impiegati dall’associazione solo per attività educative,
caritative, religiose e altre, ma mai per intraprendere azioni legali o
partecipare a campagne pro o contro candidati politici.

Greenpeace
Fund, Inc. ha la sua principale sfera d’azione nel raccogliere fondi da
destinare ad altre Greenpeace e non svolge attività in proprio. Nel
panorama statunitense merita un cenno anche Greenpeace Foundation, Inc.
Si tratta di una delle prime organizzazioni Greenpeace, con base nelle
Hawaii. Essa è in aperto contrasto con Greenpeace USA e Greenpeace
International. A esse rimprovera spregiudicatezza nella raccolta dei
fondi, antiamericanismo e insufficiente devozione alla causa della
difesa degli animali. È una organizzazione di tipo 501 (c) (3) e non
spende più di 250.000 dollari all’anno. Il fatto che Greenpeace Fund,
Inc. si occupi esclusivamente di raccolta di fondi deducibili e della
loro successiva distribuzione a organizzazioni collegate ma con diverso
regime fiscale è alla base di molti dubbi e sospetti, anche perché non
si capisce il motivo dell’esistenza di organizzazioni a diverso statuto
per uno scopo apparentemente unico, come l’asserita tutela dell’
ambiente.

Gestione antidemocratica
Un articolo apparso sul
settimanale tedesco «Der Spiegel» aveva già svelato alcuni retroscena
riguardanti l’organizzazione interna di Greenpeace. Ha scritto «Der
Spiegel»: «Greenpeace è la più ricca organizzazione ecologista del
mondo.

La multinazionale dell’ambientalismo ha 40 filiali in 25 paesi e
dichiara 200 milioni di dollari di introiti l’anno. L’oligarchia di
Greenpeace decide e amministra sopra le teste del popolo verde. Milioni
che vanno, milioni che vengono, e i percorsi sono poco chiari. Sotto
accusa è la fitta rete di società controllate al 100% da Greenpeace ID
Germania che permetterebbe alla holding ecopacifista di mantenere il
proprio status di organizzazione senza scopo di lucro e di conseguenza
di beneficiare di esenzioni fiscali. Le accuse mosse da «Der Spiegel»
riguardano anche la struttura interna di Greenpeace: “La base non ha
alcun potere sull’ amministrazione delle risorse e sulla definizione
degli obiettivi. Il potere è tutto nelle mani di 12 grandi elettori. Su
25 delegati solo 12 hanno diritto di voto, quelli dei paesi i cui uffici
sono abbastanza forti da permettersi di versare a Greenpeace
International almeno il 24 % del proprio bilancio annuo. Sono i ricchi
che decidono. In Germania su 700.000 iscritti solo 30 hanno potere
decisionale, una rappresentanza dello 0,0004 %”.

Dirigenti cacciati
Ute Bellion, ex presidente di Greenpeace, sulle colonne di “Greenpeace
magazine” ha scritto: “I simpatizzanti di Greenpeace non possono
partecipare al voto. I direttori non amano l’influenza dei membri.
Quest’ultimi ci sono solo per pagare e tacere”. Bjorn Okern, ex
direttore di Greenpeace in Norvegia, avrebbe dichiarato: “Se uno crede
che in Greenpeace vi sia democrazia farebbe meglio a prendere il
vocabolario per sapere il significato del termine. In Greenpeace non può
esservi democrazia. È una struttura piramidale, dove tutto è deciso al
vertice, proprio come in un sistema militare”. Bjorn Okern, ha diretto
Greenpeace Norvegia per due anni, dopodiché nel 1993 fu allontanato
perché voleva discutere pubblicamente i metodi di gestione interna. Ha
raccontato la sua esperienza in un libro (Potenza senza responsabilità),
dove definisce Greenpeace come un movimento “ecofascista più
preoccupato dei soldi che dell’ambiente”. In una intervista rilasciata a
“Reclaiming Paradise”, Okern ha ribadito: “Chiunque pensi che i soldi
di Greenpeace siano utilizzati per l’ambiente, sbaglia. Viaggiano in
prima classe, mangiano nei migliori ristoranti e fanno la bella vita del
jet-set ecologista; il motivo principale per cui danno importanza alle
balene è perché ci si fanno i soldi”.

Canada: Greenpeace non e un associazione caritativa
Nel 1999 il governo canadese ha negato a Greenpeace lo stato di “opera
caritativa” (corrispondente al nostro “associazione senza scopo di
lucro”) che la multinazionale verde aveva richiesto per facilitare la
raccolta di fondi tra i cittadini. L’ufficio delle tasse Revenue Canada
che si occupa delle concessioni ha dichiarato che “le attività di
Greenpeace non hanno un beneficio pubblico”, anzi le campagne condotte
dall’organizzazione ecologista per mettere fine a diverse attività
industriali potrebbero impoverire la gente. Per aggirare la legge,
Greenpeace fondò un altro gruppo separato con l’idea di registrarlo come
“opera caritativa”, nonostante le autorità federali giudicarono che le
attività della nuova organizzazione non erano previste dalla legge. In
particolare, il governo segnalò la grande quantità di denaro che il
gruppo del Canada inviava all’ufficio internazionale di Greenpeace. La
legge canadese non permette che le opere caritative funzionino come
agenti per altri gruppi nella raccolta di fondi.

Come conseguenza
Greenpeace perse di nuovo lo stato di opera caritativa nel 1995 e perse
pure l’appello nel 1998. Per aggirare di nuovo la legge i dirigenti di
Greenpeace hanno fondato una nuova entità Greenpeace Environmental
Foundation come mezzo per conseguire la registrazione di opera
caritativa. Il governo ha negato la registrazione spiegando che quella
di Greenpeace è stata un’operazione per aggirare le sentenze negative
precedenti. Greenpeace ha di nuovo presentato appello e lo ha perso. In
questa ultima sentenza Revenue Canada ha spiegato che, seppure la difesa
dell’ambiente può essere considerata un’attività caritativa, Greenpeace
non può rientrare in questa registrazione perché i suoi obiettivi e le
sue campagne sono finalizzati al cambiamento dell’ opinione pubblica e
non alla difesa dell’ ambiente. Un portavoce del Governo ha commentato
che la maniera con cui Greenpeace dice di difendere l’ambiente crea dei
problemi, visto che la diffusione della propaganda non ha alcun effetto
migliorativo dell’ ambiente.

Parla un dirigente pentito
Con un
lungo articolo pubblicato da “Il Sole 24 Ore”, Patrick Moore, membro
fondatore e direttore per 15 anni di Greenpeace, ha spiegato che come
dimostrato dai “disordini di Seattle, in occasione della conferenza del
WTO, il movimento ambientalista si è trasformato nei fatti in un
movimento protezionistico e antiscientifico che usa le questioni
commerciali come arma contro le multinazionali e i governi. Gli ambienti
più radicali hanno finito per confondere e fuorviare l’opinione
pubblica servendosi di sensazionalismo, disinformazione e
contraffazione”. A dimostrazione delle sue tesi, Moore cita alcuni
esempi riguardanti l’uso delle biotecnologie, il mancato utilizzo
ambientale delle piattaforme petrolifere, le campagne per impedire il
taglio degli alberi e le falsità diffuse in merito alla presenza di
fitofarmaci negli alimenti. Per quanto riguarda le biotecnologie, Moore
ha affermato che “molti ambientalisti sono violentemente contrari
all’uso delle biotecnologie sebbene non sia mai stato provato che queste
possano pregiudicare la salute dell’uomo.

Le preoccupazioni
ecologiste riguardo agli OGM sono però largamente controbilanciate dai
benefici derivanti dall’aumento della produttività e dall’uso ridotto di
fitofarmaci e fertilizzanti. Se da un lato è importante essere prudenti
con qualsiasi nuova tecnologia, dall’altro bandire le biotecnologie
sarebbe tanto stupido quanto decidere di fare a meno dei computer o
delle medicine”. Circa la politica di impedire il taglio degli alberi,
Moore ha spiegato che “Il movimento ambientalista ha adottato una
politica anti-silvicoltura raccontando all’opinione pubblica che si
dovrebbero tagliare meno alberi e usare meno legno. Questa, in effetti, è
in realtà una posizione antiambientalista perché logicamente incoerente
con le politiche che apporterebbero risultati positivi sia per le
trasformazioni climatiche sia per la conservazione della biodiversità.”

Un movimento contro il razzismo contesta Greenpeace
Africa yes, Greenpeace no”: questo lo slogan che si è levato contro Greenpeace
a Jersey City (Stati Uniti) l’11 maggio 2003. Alcuni esponenti del CORE
(Congress of Racial Equality di New York), uno tra i primi gruppi di
attivisti neri per i diritti civili, hanno però deciso di sfruttare
l’occasione per contestare apertamente Greenpeace. I manifestanti di
CORE, si sono scagliati contro la politica di Greenpeace che,
osteggiando l’introduzione di piante geneticamente modificate e lottando
per l’abolizione su scala mondiale del DDT, di fatto impedisce
all’Africa di sviluppare un’economia moderna. Nella provincia più
colpita dalla malaria, il Kwa Zulu Natal, con la reintroduzione del DDT i
casi della malattia sono calati dell’80%. Charles Wiirster, un
ambientalista dirigente dell’Environmental Defence Fund, quando nel 1972
1’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (EPA) stava
discutendo di bandire il DDT, di fronte all’obiezione che tale divieto
avrebbe provocato molte morti nei paesi poveri, disse: “E allora? La
popolazione è la causa di tutti i problemi. Abbiamo troppa gente.
Abbiamo bisogno di meno persone e questa è una buona strada”. il
portavoce nazionale di CORE, Niger Innis, ha sottolineato che bandire il
DDT significa lasciare in balia di se stessi e totalmente inermi i
Paesi afflitti dalla malaria. Innis ha dichiarato pubblicamente: “A
volte ho la sensazione che a Greenpeace stia più a cuore la sorte dei
virus che quella degli uomini”.

FONTE INGANNO AMBIENTALISTA

FONTE: http://alternativenergetiche.forumcommunity.net/?t=23961567

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n. 2-2000 21mo SECOLO  SCIENZA e TECNOLOGIA    11

Ecologia ed ecologismi: quando la demagogia prevale … Greenpeace: parla un dirigente pentito

«Oggi  gran  parte  dei  leader  verdi  sono  in  realtà attivisti  politici  che  si  servono  della  retorica ambientalista  per  promuovere  iniziative  che  hanno molto più a che fare con la lotta di classe e con l’anti- globalizzazione che con l’ecologia e la scienza»1. A stilare un giudizio così severo sul movimento ambientalista  è  Patrick  Moore,  membro  fondatore  e  direttore per 15 anni di Greenpeace. Con un lungo articolo pubblicato da Il Sole-24 Ore, Moore  argomenta  che,  come  dimostrato  dai  «recenti disordini di Seattle, in occasione della conferenza del WTO, il movimento ambientalista si è trasformato nei fatti in un movimento protezionistico e antiscientifico che usa le questioni commerciali come arma contro le multinazionali  e  i  governi.  Gli  ambienti  più  radicali hanno  finito  per  confondere  e  fuorviare  l’opinione pubblica  servendosi  di  sensazionalismo,  disinformazione e contraffazione». A  dimostrazione  delle  sue  tesi  Moore  cita  alcuni esempi riguardanti l’uso delle biotecnologie, il mancato utilizzo ambientale delle piattaforme petrolifere, le campagne per impedire il taglio degli alberi e le falsità diffuse in merito alla presenza di fitofarmaci negli alimenti. Biotecnologie Per  quanto  riguarda  le  biotecnologie  Moore  afferma che: «Molti ambientalisti sono violentemente con- trari  all’uso  delle  biotecnologie,  sebbene  non  sia  mai stato provato che esse possano pregiudicare la salute dell’uomo.  Le  preoccupazioni  ecologiste  sugli  OGM (Organismi  geneticamente  modificati)  sono  però  lar- gamente    controbilanciate    dai    benefici    derivanti dall’aumento  della  produttività  e  dall’uso  ridotto  di fitofarmaci e  fertilizzanti.  Se  da  un  lato  è  importante essere    prudenti    con    qualsiasi    nuova    tecnologia, dall’altro bandire le biotecnologie sarebbe tanto stupi- do quanto decidere di fare a meno dei computer o del- le medicine». La “Brent Star” ed il progetto ambientale per le piattaforme petrolifere Moore ha spiegato che: «La posizione di Greenpea- ce – che sosteneva che la piattaforma petrolifera Brent Star  della  Shell,  ormai  in  disuso  contenesse  500  ton- nellate di rifiuti tossici e di scorie radioattive – ha fatto fallire il progetto per l’utilizzo dell’impianto sul fondo dell’Atlantico. Diverse stazioni di servizio Shell erano state  nel  frattempo  incendiate  o  boicottate  commer- cialmente. Solo dopo molto tempo Greenpeace ha am- messo che sulla piattaforma non c’erano sostanze pe- ricolose.  La  verità  è  che  una  grande  struttura  di  acciaio e cemento non avrebbe causato alcun danno ambientale ma, al contrario, sarebbe stata semplicemente un’opportunità  per  l’ecosistema  marino  costituendo un’utile  scogliera  artificiale.  Quello  che  è  accaduto  è che  Greenpeace  con  la  sua  pressione  politica  ha  pro- vocato la messa al bando di qualsiasi utilizzo positivo delle  piattaforme  petrolifere  in  disuso.  Ciò  signifi- cherà  decine  di  miliardi  di  dollari  spesi  inutilmente. Se  le  piattaforme  venissero  ripulite  e  affondate  in un’area  designata,  senza  alcun  costo  aggiuntivo  po- trebbero  formare  un  grande  santuario  per  la  vita  dei pesci e delle altre specie marine». Taglio delle foreste Circa  la  politica  di  impedire  il  taglio  degli  alberi, Moore  spiega  che:  «Il  movimento  ambientalista  ha adottato   una   politica   antisilvicoltura   raccontando all’opinione pubblica che si dovrebbero tagliare meno alberi e usare meno legno. Questa, in effetti, è in realtà una  posizione  anti-ambientalista  perché  logicamente incoerente con le politiche che apporterebbero risultati positivi sia per le trasformazioni climatiche che per la conservazione  della  biodiversità.  Una  giusta  politica ecologista sarebbe “pianta più alberi e usa più legno”. L’impiego sostenibile di maggiori quantità di legno – che è una riserva rinnovabile, nel settore dell’energia e dell’edilizia – è la nostra arma più potente per ridurre le  emissioni  di  CO2 derivanti  dalla  combustione  dei carburanti fossili. Inoltre se aumentassimo l’area delle foreste  attraverso  il  rimboschimento  del  territorio  di- sboscato potremmo incrementare l’habitat disponibile per uccelli, mammiferi e altre specie». Fitofarmaci A proposito dei fitofarmaci Moore riferisce che: «I gruppi  ambientalisti  hanno  condotte  numerose  cam- pagne  per  intimorire  l’opinione  pubblica  riguardo  ai residui dei pesticidi negli alimenti. Eppure uno studio quinquennale  condotto  dal  National  Cancer  Institute canadese ha concluso che non era stato possibile tro- vare alcun rapporto tra i residui di pesticidi negli ali- menti e l’insorgenza di tumori nell’uomo. L’indagine ha evidenziato che il 30% dei casi di cancro è causato dal tabacco, una sostanza naturale, e che il 35% dei ca- si  dipende  da  una  dieta  sbilanciata,  prevalentemente troppo ricca di grassi e di colesterolo. Paradossalmen- te,  le  tattiche  intimidatorie  sui  pesticidi  usate  dagli ambientalisti hanno come conseguenza un minor con- sumo di frutta fresca e ortaggi: la migliore difesa con- tro il cancro». (A.G.) 1PATRICK MOORE, «La mia Greenpeace era più verde», Il Sole-24 Ore, Cultura e Ambiente n. 122, 7 maggio 2000, p. 31

FONTE: http://www.cidis.it/dox/21mo200002e/css/21mo200002e_1.htm

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AMBIENTE/ Patrick Moore (Greenspirit): con la ragione, contro l’ecologia del “no”

mercoledì 1 giugno 2011

Ha un titolo promettente, “L’ambientalista ragionevole”, il libro di Patrick Moore che esce in questi giorni in Italia (Dalai) ma il suo interesse è accentuato se si considera il titolo originale dell’edizione americana che recita “Confessions of a Greenpeace dropout” ovvero “Confessioni di un fuoriuscito da Greenpeace”. Sì perché l’autore è stato uno dei fondatori, nel 1971, di Greenpeace e presidente della nota associazione ambientalista; per poi lasciarla quindici anni dopo, in profondo disaccordo con le posizioni “estremiste e irrazionali” assunte dagli ex compagni.

Di quella esperienza, parlando nei giorni scorsi a Milano in un incontro promosso dalla Fondazione EnergyLab, così ha sintetizzato la cifra distintiva indicandola come “la filosofia del no”: «Oggi il pensiero verde è solo pensiero negativo, basato sui no» e ha elencato una serie di posizioni “anti” che lo hanno spinto a lasciare l’organizzazione: «Ho lasciato Greenpeace perché i suoi militanti sono diventati anti umani, anti scienza, anti tecnologia,  anti commercio, anti globalizzazione, anti industria; senza peraltro avere un modello alternativo da proporre». Ma era una tendenza presente fin dall’inizio – ammette Moore – che col tempo si è esasperata: «Eravamo bravissimi a dire alla gente cosa doveva smettere di fare, ma non sapevamo aiutarla a capire cosa invece avrebbe dovuto fare».

Una posizione che ha assunto i toni del massimalismo intollerante sul finire degli anni Ottanta quando, col collasso del comunismo mondiale «il movimento pacifista era in gran parte allo sbando … e molti di coloro che vi avevano fatto parte aderirono al movimento ambientalista, portandosi dietro le proprie priorità, ispirate ai presupposti del neomarxismo e dell’estrema sinistra. In gran parte, pertanto, il movimento ambientalista venne dirottato dai suoi obiettivi originari dagli attivisti politico-sociali che si servivano del linguaggio verde per camuffare programmi che avevano più a che fare con anticapitalismo e l’antiglobalizzazione che non con la scienza o l’ecologia».

FONTE: http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2011/6/1/AMBIENTE-Patrick-Moore-Greenspirit-con-la-ragione-contro-l-ecologia-del-no-/182599/

Nei suoi ultimi anni di militanza Moore aveva capito che bisognava andare “oltre il puro attivismo ambientale” e si era battuto per promuovere campagne improntate al concetto di sviluppo sostenibile: «Ma, malgrado i miei sforzi, a metà degli anni Ottanta il movimento volse le spalle alla scienza e alla logica, e ciò proprio mentre la società si appropriava dei temi più ragionevoli del nostro programma ambientale».

La rottura è stata netta e irreversibile. Anche se ammette che “lasciare Greenpeace non è stato facile”; è stato soprattutto il suo schieramento pro nucleare e pro OGM che ha suscitato reazioni pesanti e umanamente difficili da sopportare. C’è da dire che anche dopo il disastro di Fukushima, Moore resta convinto della sua opzione a favore delle centrali nucleari: osserva infatti che benché ci siano stati gravissimi e catastrofici incidenti a centrali idroelettriche (ad esempio in Cina) o a impianti chimici, non per questo ci si schiera contro quel tipo di centrali o quel settore industriale.

L’uscita da Greenpeace non ha comunque ridotto il suo impegno in difesa dell’ambiente, come dimostra ampiamente il libro appena uscito e l’intensa attività svolta attraverso l’associazione Greenspirit, che ha fondato allo scopo di promuovere un ambientalismo che non veda l’uomo come “un errore dell’evoluzione” e non assecondi la “scellerata tendenza a dipingere la specie umana come una disgrazia per la Terra”; e che gli permetta di andare “in cerca di soluzioni più che di problemi”.

Per questo nei suoi numerosi incontri pubblici propone, come ha fatto energicamente a Milano, anzitutto un’azione educativa: «Bisogna educare le giovani generazioni al pensiero critico. A partire dall’attenzione e precisione del linguaggio. È facile purtroppo trasformare un ‘potrebbe’ in un ‘può’ e quindi dare per assodati comportamenti della natura che sono solo possibilità. Come pure è abitudine di molta propaganda ambientalista scambiare quello che è solo un nesso (ad esempio tra un’attività umana e un parametro ambientale) in un legame di causa-effetto». Molti bambini imparano presto a condannare la CO2considerandola un micidiale inquinante,  senza sapere che quest’ultimo non è un termine propriamente scientifico e soprattutto senza prendere coscienza che la CO2 è la sostanza più importante per la vita, che il ciclo del carbonio è essenziale per assicurare lo sviluppo degli organismi viventi.

FONTE:http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2011/6/1/AMBIENTE-Patrick-Moore-Greenspirit-con-la-ragione-contro-l-ecologia-del-no-/2/182599/

Forte del suo dottorato in ecologia all’università della Columbia Britannica, Moore ha sempre sostenuto un ambientalismo che poggi su solide basi scientifiche e ora lavora per “individuare il giusto equilibrio”, raccogliendo quella considera la vera sfida per l’ambientalismo cioè «inserire nel tessuto economico-sociale della nostra cultura i valori ambientali che avevamo contribuito a creare» e ciò «senza mettere a repentaglio l’economia e, insieme, in modi socialmente accettabili».

A volte questo può significare fare scelte coraggiose, ad esempio in campo energetico, che sappiano fare i conti con le condizioni e i costi reali e con tutti gli elementi in gioco. Se gli chiedete cosa ne pensa delle energie rinnovabili, dirà anzitutto che bisogna guardarsi dal considerarle come “moralmente superiori” e che non va sottovalutata la fondamentale differenza tra fonti continue e fonti intermittenti, come il Sole e il vento. Queste, in attesa di adeguate tecniche di immagazzinamento, restano economicamente troppo svantaggiose e insistere su di esse in  modo esclusivo porta più svantaggi che vantaggi; meglio investire sulle fonti pulite ad alta resa e larga scala, come idroelettrico, geotermia, nucleare. Purtroppo, conclude ribadendo quanto aveva affermato qualche anno fa in un’intervista al New York Times,«il movimento ambientalista, con le sue posizioni intransigenti, è diventato il principale impedimento al contenimento delle emissioni di gas da fonti fossili».

FONTE:http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2011/6/1/AMBIENTE-Patrick-Moore-Greenspirit-con-la-ragione-contro-l-ecologia-del-no-/3/182599/

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Balene, nuoni scontri in Antartico

Ecopirati di Sea Shepherd attaccano nave arpionatrice

06 gennaio, 10:22

 

(ANSA) – SYDNEY, 6 GEN – Nuovi scontri nell’Oceano Antartico fra gli ‘ecopirati’ di Sea Shepherd e la flotta baleniera giapponese. Secondo l’Istituto giapponese di ricerca sui cetacei, gli attivisti sul battello superveloce Gojira hanno lanciato bottiglie con acido butirrico sulla nave arpionatrice Yushin Maru-2 e cavi d’acciaio verso le eliche. Gli scontri fanno seguito a quelli del giorno di Capodanno, quando gli attivisti hanno lanciato sulle baleniere bombe puzzolenti e cercato di bloccare le eliche con cavi.

FONTE:http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/01/06/visualizza_new.html_1643905267.html

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Baleniera giapponese sperona e affonda il trimarano dei Sea Shepherd

L’Ady Gil è colata a picco. Nelle gelide acque antartiche lo scontro tra ecologisti e baleniere nipponiche è sempre più violento. Sea Shepherd in prima linea, per salvare i cetacei dal bracconaggio travestito da “ricerca scientifica”

Pubblicato il 08/01/10

La “perla nera” della flotta dei Sea Shepherd è affondata. Le possibilità di recuperare il trimarano speronato dall’imbarcazione giapponese Shonan Maru 2 nelle acque gelide del mar Antartico, infatti, erano molto labili. Ady Gil – dal nome dell’uomo d’affari di Hollywood che ne ha finanziato l’acquisto – affiancava da quest’anno gli eco-warriors impegnati a contrastare l’attività delle baleniere nipponiche. Lo scafo, costruito in carbonio e kevlar era rivestito di una particolare vernice che lo rendeva invisibile ai radar e poteva raggiungere i 93 chilometri orari. La sua distruzione rappresenta “una grave perdita l’organizzazione”, ha affermato Paul Watson, responsabile di Sea Shepherd, che ha quantificato il danno economico in circa due milioni di dollari

I sei membri dell’equipaggio dell’Ady Gil sono stati soccorsi e sono usciti indenni dall’imbarcazione. Sea Shepherd ha definito “non provocata” l’aggressione delle baleniere giapponesi. “Lo Shonan Maru 2 si è improvvisamente messo in movimento e ha deliberatamente colpito l’Ady Gil sfondando otto piedi (2,4 metri) di prua”, ha aggiunto il testo. «Le baleniere giapponesi si sono macchiate di un’escalation molto violenta del conflitto», ha dichiarato Watson.

Una guerra nei mari del Sud, senza esclusione di colpi. Raggi laser verdi, funi e apriscatole giganti per combattere le baleniere del Sol Levante, che rispondono con LRAD (Long Range Acoustic Device) e idranti ad alta pressione puntati contro i Sea Shepherd. Gli eco-warriors  hanno ingaggiato la consueta caccia alle baleniere, a modo loro. Contrariamente a Greenpeace, da cui ha avuto origine, Sea Shepherd appoggia una intenzionale politica di sabotaggio delle navi che perpetrano “il massacro illegale delle specie in via di estinzione”.

Un teschio in campo nero sotto al quale si distinguono un tridente e un pastorale incrociati. E’ la bandiera della flotta “pirata” guidata dal capitano Paul Watson (fondatore della Sea Shepherd Conservation Society e cofondatore e direttore della Greenpeace Foundation). Sul sito dell’organizzazione (www.seashepherd.org) è possibile seguire giorno per giorno le vicissitudini dei “Pastori del mare”, documentate da filmati mozzafiato, fotografie e diario di bordo. E il programma Whale Wars, che segue da vicino le loro imprese, è uno dei più seguiti della tv Usa. (la trasmissione è visibile anche in Italia, trasmessa da Animal Planet, su Sky).

Val la pena ricordare che il Trattato Antartico e numerose altre leggi internazionali hanno stabilito il divieto di caccia alle balene. Tuttavia, l’attuale divieto permette agli stati membri di auto-garantirsi speciali autorizzazioni per uccidere balene per scopi scientifici, con il permesso di utilizzare la carne di balena dopo la raccolta dei dati scientifici.

Approfittando della deroga, il Giappone prosegue da anni la caccia nel mare antartico attribuendo alle missioni lo scopo di “ricerca scientifica”. Un alibi difficilmente credibile, anche perché la carne di balena finisce poi col comparire sui banchi di vendita e nei menu dei ristoranti (e addirittura dei fast food che propongono ai clienti il “whale burger”).

Una pratica che oltre a minacciare la sopravvivenza della specie ha implicazioni etiche da considerare: le dimensioni di questi mammiferi, infatti, non consentono la pratica di una morte rapida e indolore e l’agonia del cetaceo si protrae a lungo, dopo che l’arpione lo ha colpito e dalla baleniera gli scaricano addosso colpi di fucile.

Scrive Paul Watson nella sua biografia online «Se le balene riusciranno a sopravvivere e a prosperare, se le foche continueranno a vivere e a riprodursi, e se io potrò contribuire ad assicurare la loro futura prosperità, allora potrò essere eternamente felice».

FONTE:http://notizie.virgilio.it/tecnologia/sea_shepherd_caccia_balene.html

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Sea Shepherd pronta all’attacco

14 Gennaio 2011

Una nuova ultraveloce imbarcazione chiamata Gojira solcherà il mare per difendere le balene. Come ci riferisce il sito www.solovela.net l’agguerrita associazione ambientalistaSea Shepherd mette in mare un altro gioiello della nautica per fermare le baleniere giapponesi. Quando il Giappone con le sue baleniere decide di effettuare una campagna di pesca ai grandi cetacei nelle acque dell’Antartico si catena una specie di guerra navale tra i nipponici e gli attivisti di Greenpeace e di Sea Shepherd. Quest’ultima associazione si distingue perché nella battaglia in difesa delle balene usa metodi veramente duri arrivando ad un vero e proprio scontro con azioni spettacolari in cui gli attivisti mettono a repentaglio la loro stessa vita.
Lo scorso anno ad esempio Sea Shepherd si scontrò a bordo di un vero e proprio asso della navigazione, il trimarano Andy Gil con motore diesel ecologico, in grado di raggiungere anche i 50 nodi e famoso perché riuscì a fare il giro del mondo in 60 giorni. L’imbarcazione andò purtroppo perduta durante un cruento scontro con i giapponesi. Vediamo cosa succederà quest’anno con Gojira.

FONTE:http://www.mareinitaly.it/notizie_v?id=3152

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Balene, blitz di Greenpeace al Salone Nautico: “Santuario cetacei non diventi cimitero”

4 Ottobre 2010


Santuario dei cetacei: le balene diminuiscono e il degrado aumenta. Greenpeace lo denuncia con un blitz al Salone Nautico di Genova

All’inaugurazione del 50° Salone Nautico Internazionale di Genova, Greenpeace ha denunciato con un’azione spettacolare il degrado del ‘Santuario dei Cetacei’, una zona di mare ‘protetta’ dal 1999. La mattina del 2 ottobre una ventina di attivisti dell’organizzazione sono entrati alla fiera di Genova e hanno aperto due striscioni sulla facciata principale del nuovo padiglione B: un gigantesco scheletro di balena accompagnato dal messaggio “Serve un Santuario non un cimitero”.

Dopo un’intensa campagna di Greenpeace all’inizio degli anni ’90, finalmente nel 2001 l’Italia riconosceva la creazione del Santuario e si impegnava a proteggere balene e delfini dell’area. Oggi, nove anni dopo, il Santuario dei Cetacei rischia di diventare un cimitero: nessuna misura specifica di tutela è stata ancora attuata, le balene diminuiscono e il degrado aumenta.

“Minacce come il traffico marittimo e l’inquinamento – denuncia Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace – stanno mettendo a rischio un ecosistema unico. Le nostre ultime analisi indicano un’elevata contaminazione da batteri fecali in alto mare e un accumulo di sostanze tossiche nei pesci del Santuario, in alcuni casi oltre i limiti di legge. Nonostante le nostre denunce, il ministero dell’Ambiente continua a non fare nulla”.

È per questo, che proprio da Genova, sede simbolo del Santuario e dove si svolge ogni anno il Salone Nautico, Greenpeace chiede alle Regioni che si affacciano sull’area di non nascondersi più dietro l’inattività del Ministero. La navigazione è uno dei principali problemi del Santuario e proprio le Regioni, che gestiscono le zone portuali nell’area, devono assumersi la responsabilità di garantire la sostenibilità del settore.

“Da mesi chiediamo un incontro a Liguria, Toscana e Sardegna – continua Monti – per discutere della gestione del Santuario, ma non ci è ancora stato concesso. Le Regioni devono dimostrare di voler tutelare davvero un patrimonio di cui anch’esse sono responsabili, stabilendo al più presto misure concrete di protezione. Le parole non bastano più, ci servono i fatti!”.

Un piano di gestione per tutelare il Santuario è stato sviluppato nel 2004, pagato ma mai attuato, e come se non bastasse da quest’anno l’organo di gestione del Santuario, il Segretariato con sede proprio a Genova, non esiste più. “Il conto alla rovescia per salvare il Santuario è partito. L’11 ottobre 2011 – conclude Monti – sarà il decimo anniversario dalla ratifica dell’Accordo: le balene non possono più aspettare!“.

Il Santuario è un precedente fondamentale per la tutela del nostro mare. Si tratta, infatti, dell’unica area protetta del Mediterraneo che comprende anche acque internazionali. Gli Stati del Mediterraneo si sono impegnati a realizzare una rete di aree marine protette in alto mare entro il 2012: ad oggi esiste solo il Santuario e non è certo un buon esempio.

G..

FONTE:http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/greenpeace_salone_nautico_blitz_balene.html

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