Le contraddizioni delle zone umide

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Ripristino zone umide, il miglior modo per assorbire CO2
August 8th, 2010 – Studio dell’Ohio State University

POTEVA MANCARE IL CONTRORDINE, IN PERFETTO STILE AMBIENTALISTA? NO!! Eccolo, infatti.

Le aree umide accelerano il riscaldamento globale
Venerdì 15 Luglio 2011 – Studio su «Nature»

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Ripristino zone umide, il miglior modo per assorbire CO2

Il ripristino delle zone umide è ottimo modo per ristabilire il recupero naturale del carbonio, un metodo di geoingegneria a basso rischio, e raccogliere i benefici dei servizi ecosistemici da esse forniti. Ora i ricercatori dell’Ohio State University hanno dimostrato che dopo 15 anni, non importa se queste zone umide siano state piantate da esseri umani o se siano del tutto naturali: vengono ri-colonizzate da piante e animali, addirittura migliorando la già efficace funzione che la natura le ha dato normalmente.

Dopo il monitoraggio dei progressi ottenuti da due impianti sperimentali di zone umide nel campus, inseriti nel Wilma H. Schiermeier Olentangy River Wetland Research Park, i ricercatori hanno scoperto che

le due zone umide contenevano quasi lo stesso numero di specie vegetali, ed i loro tassi di conservazione dei fosforo nitrati – sostanze nutritive che possono diventare potenziali contaminanti delle acque – sono stati quasi identici. Entrambe le zone umide trattenevano il carbonio nel loro suolo, con questa funzione di deposito di CO2 che aumentava costantemente nel corso degli anni.

I ricercatori hanno predetto che la capacità di entrambe le zone umide di stoccare il carbonio è in grado di aumentare per un periodo di 50 anni. Dopo 15 anni, la zona umida installata ha stoccato 200 grammi di carbonio per metro quadrato; quella naturale riusciva a recuperare 140 grammi, probabilmente perché quella artificiale aveva una produzione di biomassa più elevata.

La spiegazione di questa importante scoperta la fornisce William Mitsch, direttore del parco Wetland Research:

Penso che il valore delle zone umide come assorbitrici di carbonio sia gigantesco, ma è ancora poco apprezzato. Questo studio e altri lavori che abbiamo fatto suggeriscono che le zone umide possono essere strumenti efficaci per ridurre gli effetti delle emissioni di carbonio mentre esercitano le loro funzioni per gli altri ecosistemi, come il miglioramento della qualità dell’acqua e delle inondazioni.

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Le aree umide accelerano il riscaldamento globale

I ricercatori hanno scoperto che i suoli umidi emettono circa il 18% in più di protossido di azoto e in circa il 13% in più di metano, quando l’aumento della concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica è compreso nell’intervallo tra circa 460 e 780 ppm

È stato pubblicato ieri su «Nature» da un gruppo di ricercatori americani e irlandesi (Università del Nord Arizona, Università della Florida e Trinity College di Dublino), un articolo che riporta i risultati di una serie di ricerche sperimentali (49 esperimenti in Nord America, in Europa e in Asia) riguardanti gli effetti di accelerazione del riscaldamento globale da parte delle aree umide.

Secondo questa ricerca, quando aumenta la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, aumenta, da parte delle piante, l’assorbimento, per fotosintesi clorofilliana, dell’anidride carbonica, ma aumentano anche le emissioni di metano e di protossido di azoto da parte di quei suoli che sono prevalentemente umidi, come le risaie, le paludi e le altre aree umide. E il metano è un gas che ha un effetto serra pari a 25 volte quello dell’anidride carbonica, mentre il protossido di azoto ha un effetto serra di quasi 300 volte superiore. Questo significa che il sistema piante-suolo delle aree umide, almeno oltre un certo limite di concentrazioni atmosferiche di gas serra (oltre 450-460 ppm come verificato negli esperimenti), non aiuta più a ridurre l’effetto serra complessivo dell’atmosfera (assorbimento di anidride carbonica), ma anzi lo amplifica (emissioni di gas serra).

Dagli studi compiuti in precedenza da Ipcc (3° e 4° Assessment Report), si sapeva già che con il surriscaldamento climatico, e in particolare con l’aumento della temperatura del suolo, aumentavano i processi di «respirazione» di tutti i suoli (processi biochimici delle radici, ossidazione e decomposizione della materia organica nel terreno) con emissione di anidride carbonica e in parte di metano. Questo studio, adesso, ci rivela che, almeno per quanto riguarda le aree umide, il suolo emette gas serra in modo maggiore rispetto ad altri suoli, non solo per effetto dell’aumento della temperatura della superficie terrestre, ma anche per effetto dell’aumento della concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica atmosferica. In altre parole, i fenomeni di amplificazione dell’effetto serra atmosferico sono ancora più amplificati di quello che si poteva pensare, anche se tale ulteriore amplificazione riguarda solo le aree umide. È un effetto aggiuntivo di amplificazione causato dall’intensificazione dei processi biogeochimici dei suoli umidi, innescati da una serie di microorganismi (microbi e batteri).

Perché accade ciò? Siccome le piante nelle aree umide sono in qualche modo fertilizzate dalla maggiore anidride carbonica presente in atmosfera, hanno meno bisogno, sia di acqua, sia dei fertilizzanti azotati presenti nel suolo.

I microorganismi, che sono naturalmente presenti nel terreno e che regolano i processi biogeochimici dei suoli umidi, avendo a disposizione più composti azotati e più acqua, proliferano velocemente e accelerano tutti i processi biochimici, con il risultato di aumentare le emissioni di metano e di protossido di azoto dal suolo umido. Si tratta di un processo che non è legato all’aumento della temperatura del suolo ma all’aumento delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica.

I ricercatori hanno scoperto che i suoli umidi emettono circa il 18% in più di protossido di azoto e in circa il 13% in più di metano, quando l’aumento della concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica è compreso nell’intervallo tra circa 460 e 780 ppm, una situazione questa che potrebbe realmente verificarsi nei prossimi decenni o nella seconda metà di questo secolo, in relazione alle azioni di riduzione delle emissioni che saranno effettuate in questi anni (attualmente le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica sono di 390 ppm).

«I risultati di questa ricerca sono molto interessanti – ha commentato Massimo Iannetta, agronomo dell’Enea e responsabile dell’Unità di ricerca sull’innovazione del sistema agro industriale – e fanno riflettere sulla complessità dei meccanismi biologici che avvengono nei suoli. Le caratteristiche dei suoli, e delle condizioni biotiche e abiotiche in cui avvengono certi processi, non sono ancora sufficientemente conosciute. Si aprono nuove prospettive di ricerca, per valutare la diversità e l’ampiezza dei feed-back generati nel rapporto suolo-acqua-pianta-atmosfera, cui è necessario dare adeguate risposte, anche per indirizzare meglio le nuove azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici, che dovranno essere stabilite a livello internazionale dopo la scadenza del Protocollo di Kyoto».

FONTE:http://www.ecohysteria.net/?p=1091