Le speranze del WWF di trovare 60 MILIARDI di dollari che crescono sugli alberi

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I crediti da anidride carbonica renderebbero il WWF ed i suoi partner molto piu’ ricchi, senza nessuna effettiva riduzione della CO2, afferma Christopher Booker del Telegraph 

Di Christopher Booker – The Telegraph

Fonte: [www.telegraph.co.uk]

Se il piu’ grande e ricco gruppo ambientalista, il WWF, annuncia di giocare un ruolo cardine nell’ambito della preservazione di un’area della foresta amazzonica grande il doppio della Svizzera, molti applaudono, pensando che cio’ sia semplicemente una delle cause per le quali il WWF e’ stato fondato. Da molto tempo l’Amazzonia e’ in testa alla lista delle preoccupazioni ambientali mondiali, non solo perche’ ovviamente ospita la foresta pluviale piu’ vasta e ricca di biodiversita’ del mondo, ma anche perche’ i suoi miliardi di alberi rappresentano il piu’ grande deposito natutale di CO2. Quindi ogni minaccia alla foresta rappresenterebbe anche un contributo all’aumento del riscaldamento globale. E’ emersa pero’ un’agenda nascosta circa la preservazione di questa parte di foresta che coniste nel permettere al WWF ed ai suoi partners di condividere la vendita di crediti di emissione di anidride carbonica per un valore di 60 miliardi di dollari, per permettere alle compagnie industriali di continuare ad emettere CO2 esattemente come nel passato. L’idea alla base di cio’ e’ che i crediti connessi alla CO2 immagazzinata in questa specifica parte di giungla – cosi fuori mano da non temere minacce immediate – potrebbero essere venduti sul mercato internazionale, in modo da permettere a migliaia di compagnie nel mondo sviluppato di compensare la restrizione all’emissione di anidride carbonica. L’effetto pratico sarebbe semplicemente quello di rendere il WWF ed i suoi partner molto piu’ ricchi senza minimamente contribuire ad abbassare il livello globale delle emissioni di CO2. Il WWF, che gia’ guadagna 400 miliardi di Sterline annualmente, la maggior parte dei quali provenienti dai governi e dai contribuenti, e’ da molto tempo il cardine del dibattito sulle minacce alla foresta amazzonica, come si evince anche dall’entusiasmo ricevuto da un ben pubblicizzato passaggio nel rapporto del 2007 dell’IPCC. Comunque la dichiarazione, da parte dell’IPCC, che il 40% della foresta e’ minacciata dal riscaldamento globale, si e’ scoperto che non e’ basata su nessuna evidenza scientifica, ma semplicemente sulla propaganda del WWF, che ha pienamente distorto i risultati di uno studio preliminare sulle minacce poste alla foresta, non dai cambiamenti climatici bensi dal taglio del legname. Questa curiosa saga risale al 1997, quando il protocollo di Kyoto allesti quello che e’ noto come CDM, vale a dire il Meccanismo sullo Sviluppo Pulito. Questa misura permette alle compagnie basate nei paesi in via di sviluppo che dichiarino di aver ridotto le proprie emissioni di gas serra, di guadagnare miliardi di sterline vendendo le loro quote di emissioni nei paesi sviluppati che siano obbligati dal protocollo di Kyoto a tagliare le proprie emissioni. Nel 2001 i paesi aderenti al procollo hanno raggiunto un accordo in base al quale gli alberi nell’emisfero meridionale possono essere considerati come “depositi di anidride carbonica” a beneficio delle compagnie che emettono CO2 nell’emisfero settentrionale. Nel 2002, dopo una lunga negoziazione col WWF ed altre organizzazioni non governative, il governo brasiliano appronto’ il progetto Arpa (Aree protette della regione amazzonica), sostenito da circa 80 miliardi di dollari di finanziamento. Di questi, 18 miliardi furono dati al WWF dalla fondazione emaricana Gordon eamp; Betty Moore, 18 miliardi forniti dal governo brasiliano al partnel locale del WWF e 30 miliardi dalla Banca Mondiale.Lo scopo era di far amministrare aree della foresta pluviale brasiliana dalle organizzazioni non governative, capeggiate dal WWF, per assicurare sia che fossero lasciate intatte oppure gestite in modo “sostenibile”. Fra queste la parte piu’ vasta era costituita da 31.000 miglia quadrate situate presso l’inaccessibile frontiera settentrionale del Brasile, meta’ della quale designata come Parco Nazionale di Tumucumaque, la piu’ vasta riserva naturale del mondo, mentre l’altra meta’ da sottoporre a sviluppo sostenibile lasciandola fondamentalmente intatta. La zona interessata e’ talmente fuori mano da non temere minacce da parte di taglialegna, minatori o agricoltori.

Giunti a questo punto, tutto cio’ puo’ apparire come appartenente al mono degli ideali. A dispetto dell’accordo internazionale circa il considerare le foreste come “depositi” naturali di anidride carbonica, non esisteva ancora un sistema per tramutare questa CO2 “risparmiata” in merce scambiabile. Nel 2007, comunque, il WWF ed i suoi alleati presso la Banca Mondiale lanciarono la Alleanza Globale sulle Foreste, con un finanziamento iniziale di 250 milioni di dollari da parte della Banca, per lavorare con quella che fu battezzata “deforestazione evitata”. Ad una conferenza a Bali, sotto gli auspici della Convenzione sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC), che amministra il CDM (Meccanismo sullo Sviluppo Pulito), fu raggiunto un accordo su uno schema chiamato REDD (Riduzione delle emissioni da deforestazione nei paesi in via di sviluppo). Lanciata in grande stile come “la nuova grande idea per salvare il pianeta da un cambiamento climatico oramai fuori controllo”, questa’ iniziativa istitui un fondo globale per salvare vaste aree di foresta pluviale dalla deforestazione che rappresenta circa un quinto delle emissioni di CO2 di origine antropica.Ma ancora non esisteva un meccanismo per tramutare tutta questa CO2 “risparmiata” in merce vendibile. Allora il WWF trovo’ un alleato chiave nel Centro di Ricerca Woods Hole, Massachusetts, da non confondere con il vicino Istituto Oceanografico Woods Hole, un ente scientifico in buona fede.

Nel 2008, con un finanziamento di 7 milioni di dollari da parte della Fondazione Moore e lavorando in partenariato col Progetto Tumucumaque, il Woods Hole se ne usci con l’idea che mancava: un modo cioe’ di valutare l’anidride carbonica immagazzinata nelle foreste pluviali protette del Brasile, per fare in modo che questa potesse essere scambiata sotto il meccanismo CDM. Il programma Arpa quindi calcolo’ in 5.1 miliardi di tonnellate questa anidride carbonica “risparmiata”. Basato su una valutazione da parte dell’UNFCCC di 12,50 dollari a tonnellata di CO2, questo permetteva di considerare gli alberi delle aree protette brasiliane aventi un valore di oltre 60 miliardi di dollari. Sostenuto dalla Banca Mondiale, questo progetto fu presentato all’UNFCCC.Ma vi erano ancora due ostacoli da superare. Il primo era che lo schema doveva essere adottato come parte del REDD dalla Conferenza di Copenhagen 2009, che avrebbe dovuto dare vita ad un nuovo trattato in sostituzione di quello di Kyoto. Questo avrebbe permesso di motetizzare la CO2 brasiliana totto lo schema CDM.

Il secondo era che gli USA avrebbero dovuto adottare lo schema “cap and trade” per imporre un severo limite alle emissioni di CO2 da parte delle industrie americane. Questo avrebbe incrementato il mercato internazionale della CO2, facendo schizzare alle stelle i prezzi non appena le industrie americane si fossero accalcate per comprare i crediti che avrebbero permesso loro di continuare ad emettere la quantita’ di CO2 necessaria alla loro sopravvivenza.Per quel che e’ dato di sapere, pero’, la storia non e’ andata secondo quanto previsto. Nella baraonda di Copenhagen a dicembre 2009, tutto cio’ che si e’ potuto salvare delle proposte del REDD e’ stata una dichiarazione di principio, con l’auspicio di raggiungere un consenso piu’ ampio in Messico a fine 2010. Nella confusione di Copenhagen e’ andato anche perso il minuscolo intento che avrebbe garantiti i diritti delle popolazioni che vivono nelle foreste pluviali, il cui tenore di vita – con le preoccupazioni di gruppi come Survival International e il Forest Peoples Programme – e’ stato altrove gia’ seriamente compromesso dagli schemi ispirati dal REDD, come ad esempio in Kenya e Papua Nuova Guinea.

Un’altro evento che ha allarmato il WWF ed i suoi alleati, che stavano sperando di ricavare miliardi di dollari dalle foreste brasiliane, e’ stata la mancata approvazione del progetto di legge del Senato Usa sul “cap and trade“, sponsorizzato dal presidente Obama. Poiche’ l’Unione Europea ha escluso dal proprio schema di “cap and trade” le foreste pluviali, prendere nella rete gli USA e’ vitale per le speranze del WWF di trovare “soldi che crescono sugli alberi”. Intanto il prezzo dell’anidride carbonica presso la Chicago Climate Exchange e’ appena piombato al suo minimo storico dio sempre, vale a dire 10 centesimi di dollaro a tonnellata.Il sogno del WWF e’ stato ostacolato – ma anche la sola rivelazione che sia parte di una tale disegno puo’ avere una influenza considerevole sulla percezione che il pubblico ha di quella che e’ la piu’ ricca fra le organizzazioni ambientaliste.

Ulteriori dettagli e informazioni si possono reperire nel sito www.eureferendum.blogspot.com. Il libro ‘The Real Global Warming Disaster’ di Christopher Booker e Richard North e’ pubblicato da Continuum (Costo 16.99 sterline). (Tratto da: http://www.stampalibera.com)

FONTE:http://www.criticamente.it/ambiente/18306-le-speranze-del-wwf-di-trovare-60-milioni-di-dollari-che-crescono-sugli-alberi

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TESTO ORIGINALE

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Christopher Booker

WWF hopes to find $60 billion growing on trees

The carbon credits scheme would make WWF and its partners much richer, but with no lowering of overall CO2 emissions, writes Christopher Booker .

Tumucumaque in northern Brazil has been designated a 'carbon sink' 

Tumucumaque in northern Brazil has been designated a ‘carbon sink’
Christopher Booker

By Christopher Booker

4:53PM GMT 20 Mar 2010

If the world’s largest, richest environmental campaigning group, the WWF – formerly the World Wildlife Fund – announced that it was playing a leading role in a scheme to preserve an area of the Amazon rainforest twice the size of Switzerland, many people might applaud, thinking this was just the kind of cause the WWF was set up to promote. Amazonia has long been near the top of the list of the world’s environmental cconcerns, not just because it includes easily the largest and most bio-diverse area of rainforest on the planet, but because its billions of trees contain the world’s largest land-based store of CO2 – so any serious threat to the forest can be portrayed as a major contributor to global warming.

If it then emerged, however, that a hidden agenda of the scheme to preserve this chunk of the forest was to allow the WWF and its partners to share the selling of carbon credits worth $60 billion, to enable firms in the industrial world to carry on emitting CO2 just as before, more than a few eyebrows might be raised. The idea is that credits representing the CO2 locked into this particular area of jungle – so remote that it is not under any threat – should be sold on the international market, allowing thousands of companies in the developed world to buy their way out of having to restrict their carbon emissions. The net effect would simply be to make the WWF and its partners much richer while making no contribution to lowering overall CO2 emissions.

WWF, which already earns £400 million yearly, much of it contributed by governments and taxpayers, has long been at the centre of efforts to talk up the threat to the Amazon rainforest – as shown recently by the furore over a much-publicised passage in the 2007 report of the UN’s Intergovernmental Panel on Climate Change. The IPCC’s claim that 40 per cent of the forest is threatened by global warming, it turned out, was not based on any scientific evidence, but simply on WWF propaganda, which had wholly distorted the findings of an earlier study on the threat posed to the forest, not by climate change but by logging.

This curious saga goes back to 1997, when the UN’s Kyoto treaty set up what is known as the Clean Development Mechanism (CDM). This allowed businesses in the developing world that could claim to have reduced their greenhouse gas emissions to make billions of pounds by selling their resulting carbon credits to those firms in the developed world which, under the treaty, would be obliged to cut their emissions. In 2001 the parties to Kyoto agreed in principle that trees in the southern hemisphere could be counted as “carbon sinks” for the benefit of CO2 emitting firms in the northern hemisphere. In 2002, after lengthy negotiations with WWF and other NGOs, the Brazilian government set up its Amazon Region Protected Areas (Arpa) project, supported by nearly $80 million of funding. Of this, $18 million was given to the WWF by the US’s Gordon & Betty Moore Foundation, $18 million to its Brazilian NGO partner by the Brazilian government, plus $30 million from the World Bank.

The aim was that the NGOs, led by the WWF, should administer chunks of the Brazilian rainforest to ensure either that they were left alone or managed “sustainably”. Added to them, as the largest area of all, was 31,000 square miles on Brazil’s all but inaccessible northern frontier; half designated as the Tumucumaque National Park, the world’s largest nature reserve, the other half to be left largely untouched but allowing for sustainable development. This is remote from any part of the Amazonian forest likely to be damaged by loggers, mining or agriculture.

So far all this might have seemed admirably idealistic. Despite the international agreement that forests could be counted as carbon sinks, there was as yet no system in place whereby the CO2 thus “saved” could be turned into a saleable commodity. In 2007, however, the WWF and its allies in the World Bank launched the Global Forest Alliance, with start-up funding of $250 million from the Bank, to work for what they called “avoided deforestation”. A conference in Bali, under the auspices of the UN Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), which administers the CDM, agreed to a scheme called REDD (reducing emissions for deforestation in developing countries). Hailed as “the big new idea to save the planet from runaway climate change”, this set up a global fund to save vast areas of rainforest from the deforestation which accounts for nearly a fifth of all man-made CO2 emissions.

But still there was no mechanism for turning all this “saved” CO2 into a money-making commodity. The WWF now, however, found a key ally in the Woods Hole Research Center, based in Massachusetts. Not to be confused with the nearby Woods Hole Oceanographic Institute, a bona fide scientific body, this is in fact a global warming advocacy group, headed by a board which includes fund managers responsible for billions of dollars of private investments.

In 2008, funded by $7 million from the Moore Foundation and working in partnership with the WWF on the Tumucumaque project, Woods Hole came up with the formula required: a way of valuing all that carbon stored in Brazil’s protected rainforests, so that it could be traded under the CDM. The CO2 to be “saved” by the Arpa programme, it calculated, amounted to 5.1 billion tons. Based on the UNFCCC’s valuation of CO2 at $12.50 per ton, this valued the trees in Brazil’s protected areas at over $60 billion. Endorsed by the World Bank, this projection was presented to the UNFCCC.

But two more obstacles had still to be overcome. The first was that the scheme needed to be adopted as part of REDD by the UNFCCC’s 2009 Copenhagen conference, which was supposed to agree a new global treaty to follow Kyoto. This would allow all that “saved” Brazilian CO2 to be turned into hard cash under the CDM scheme.

The other was that the US should adopt a “cap and trade” scheme, imposing severe curbs on the CO2 emitted by US industry. This would boost the international carbon market, sending the price soaring as US firms flocked to buy the credits that would allow them to continue emitting the CO2 they needed to survive.

As we know, the story hasn’t turned out as planned. Amid the shambles at Copenhagen in December, all that could be saved of the REDD proposals was an agreement in principle, with the hope of reaching detailed agreement in Mexico later this year. Also lost in the scramble to save something from the wreckage was the small print that guaranteed the rights of indigenous peoples in rainforests, whose way of life – to the concern of groups such as Survival International and the Forest Peoples Programme – has already been severely damaged by REDD-inspired schemes elsewhere, such as in Kenya and Papua New Guinea.

Just as alarming to the WWF and its allies, who were hoping to make billions from Brazilian forests, has been the failure of the US Senate to approve the cap and trade bill championed by President Obama. Since the EU has excluded the rainforests from its own cap and trade scheme, bringing the US into the net is vital for the WWF’s hopes of finding “money growing on trees”. The price of carbon on the Chicago Climate Exchange has just plummeted to its lowest-ever level, 10 cents a ton.

The WWF’s dream has been thwarted – but the revelation that it could even be party to such a scheme may have considerable influence on the way this richest of all environmental campaigning groups is viewed by the world at large.

  • Further details and sources can be found at www.eureferendum.blogspot.com.
  • ‘The Real Global Warming Disaster’ by Christopher Booker and Richard North is published by Continuum (£16.99)FONTE:  http://www.telegraph.co.uk/comment/columnists/christopherbooker/7488629/WWF-hopes-to-find-60-billion-growing-on-trees.html
    Qui in italiano:  http://www.criticamente.it/ambiente/18306-le-speranze-del-wwf-di-trovare-60-milioni-di-dollari-che-crescono-sugli-alberi