MA QUALE CRISI? L’economia della truffa.

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Massimo Ammendola

 

«L’economia non è una scienza, ma un vano tentativo di narrare la psicologia». (Alfred Marshall)

«Sono due storie, la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad usum delphini, e poi la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa». (Honoré de Balzac)

«Dedicato agli alberi, a chi cerca di divertirsi senza sapere che qualcuno ha rubato la gioia». (Adriano Casassa, Il gioco estremo)

 

Una semplice domanda: dove sono finiti i soldi «bruciati»?

«Bruciati 200 miliardi nelle borse»: uno dei titoli di giornale o telegiornale tipici dei giorni neri della crisi economica. Ma che significa bruciati? Sono stati carbonizzati? Oppure anche per l’economia vale il famoso principio di Lavoisier, «Nulla si crea e nulla si distrugge»? Quando una borsa crolla, non ci guadagna nessuno?

Da questi dubbi è partita la mia ricerca, da ignorante in materia, sulla crisi economica, le bolle e le speculazioni.

La mia ipotesi? La crisi è stata ed è occasione di creazione di ricchezza per pochissimi, ovvero è stata proprio creata ad arte. Ringrazio, per avermi fatto venire i primi dubbi, e per avermi indirizzato e supportato, l’eco-nomista e scrittore Adriano Casassa (autore del romanzo Il gioco estremo, Fanucci), apparso negli scorsi anni sugli schermi televisivi italiani, al Chiambretti Night.

Secondo Casassa, siamo immersi in un sistema economico che è fondato sul nulla, che crea il denaro dal nulla. Viviamo in un’epoca di falsa prosperità; una ricchezza derivata dalla produzione di carta moneta non necessariamente vincolata alla creazione di ricchezza reale: le borse mondiali capitalizzano 10 volte il pil del mondo.

Le banche e le assicurazioni, che in sostanza sono gli attori del mercato finanziario e quindi il mercato stesso, hanno creato la crisi del 2008.

Hanno venduto piombo dipinto di oro, pagato bonus miliardari ai manager che le avevano guidate abilmente verso bancarotte volute e programmate, accumulato montagne di denaro nei paradisi fiscali.

Alla fine, quando la truffa è venuta a galla, si sono dichiarate fallite.

Dato che il sistema economico attuale non può funzionare senza le banche, tutti i governi del mondo sono intervenuti per rifinanziarle. Così «i ladri», oltre ad avere il bottino al sicuro in qualche banca di Hong Kong, sono stati rifinanziati dai governi con migliaia di miliardi prestati a tasso zero.

Ora a soli due anni dalla più grande truffa globale mai orchestrata, le stesse banche, ovvero il mercato finanziario, questa entità surreale che si assume per definizione sia impersonale e regolata da un meccanismo invisibile e perfetto, dichiara che la Grecia prima, e l’Irlanda poi, non sono paesi sani e quindi esige dal governo greco e da quello irlandese, interessi da capogiro.

In sostanza i ladri, rifinanziati dai governi a tasso zero, adesso chiedono tassi da usura a chi li rifinanziò, dopo che avevano depredato la liquidità del sistema finanziario mondiale.

Oltre il danno la beffa.

È il capitalismo dei profitti privati e delle perdite pubbliche: speculo con il denaro degli altri, e se mi va bene intasco tutti i profitti. Quando va male (e si può anche farla andare male di proposito,  guadagnandoci), la ripercussione sociale potrebbe essere così pesante che il governo sarà costretto a ripianare i miei debiti.

È così assurdo ciò che afferma Casassa? Pare proprio di no.

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Lo scopo delle crisi: potere e profitto

Le élite finanziare hanno architettato l’ultima crisi economica per consolidare potere e capitalizzare profitti sulla pelle di miliardi di individui, e per poi chiedere ed ottenere finanche una solidale distribuzione delle perdite a carico dei cosiddetti contribuenti, i quali, in quanto tali, non si sogneranno mai di rivendicare una solidale redistribuzione dei guadagni.

Sfruttando da padroni il mercato fino all’osso, illegalmente e con la compiacenza dei governi, costoro mirano ad esaurire qualsivoglia produttiva vitalità dei mercati sino alla più completa sterilità degli stessi.

Lo sfruttamento dei mercati avviene spesso attraverso le cosiddette «branch», che vengono create per raggiungere determinati obiettivi, fino all’esaurimento. Quando il mercato è divenuto ormai sterile viene chiusa la filiale creata per tale scopo, gli utili vengono incassati dalla casa madre attraverso un giro di scatole cinesi, mentre le perdite restano a nome della branch che ha dichiarato il fallimento. Vediamo come è accaduto: importanti banche d’affari, Citigroup, Bear Stearns, Lehman Brothers e Merrill Lynch, tanto per citarne solo qualcuna, hanno fatto un triste epilogo. La Lehman è fallita e ha chiesto l’amministrazione controllata, la Merrill Lynch è invece stata salvata, o per meglio dire, acquistata dalla Bank of America.

Come riporta Marcello Pamio, Richard Fuld, il padre-padrone della Lehman (era la quarta banca d’affari statunitense) è uscito da questo crack in piedi: dal 1993 fino al 2007 ha conseguito tra stipendi, bonus, stock options, la meravigliosa cifra di 466 milioni di dollari. Oltre alla buona uscita di 22 milioni di dollari, maturata prima del fallimento bancario. Ovvero dopo che ha creato un buco nero di oltre 639 miliardi di dollari, il maggiore crac della storia economica americana (oltre dieci volte il già gigantesco buco della Enron, 63,4 miliardi).

Dall’altra parte Stanley O’Neal, ex numero uno di Merrill Lynch, lascia il suo prestigioso ufficio con una pensione da 161 milioni di dollari, e questo dopo aver creato una voragine da 40 miliardi di dollari.

Il mega boss della Citigroup, Chuck Prince, si è intascato invece 68 milioni di dollari, e l’ex presidente di Bear Stearns, Jimmy Cayne, «solo» 60 milioni di dollari.

La cosa interessante è che ciò si ripete ogni qualvolta un’azienda crolla e/o fallisce: i manager escono sempre a testa alta e con le tasche piene di denaro. Denaro dei contribuenti.

Le banche che chiudono i battenti sono il segnale di manovre occulte da parte di coloro che operano dietro le quinte. «Questo fallimento controllato però non riguarda i grossi Imperi che stanno dietro le quinte, ma le Branch, cioè i rami collegati, che come in botanica si possono potare quando diventano marci e inutili» (1).

Basta osservare chi c’è dietro i principali azionisti di Lehman Brothers e di Merrill Lynch: figurano  molte società che sono riconducibili a quei due gruppi che controllano realmente l’economia planetaria: il ramo statunitense dei Rockefeller e quello europeo dei Rothschild. Le due ali dello stesso avvoltoio, che controllano anche una parte importante degli organi d’informazione del mondo, che lavora ad una programmata di disinformazione dell’opinione pubblica.

L’intero andamento del mercato è stato quindi falsato tecnicamente, attraverso il crollo delle azioni delle banche fallite, ovvero attraverso manovre speculative ribassiste. Così come erano state pompate verso il rialzo negli anni passati, per coprire le enormi voragini nascoste.

Prove tecniche dell’ultima crisi, ad esempio, sono state eseguite nel 1997, quando fu creata un’emorragia finanziaria improvvisa colpendo la Thailandia e le altre economie asiatiche emergenti: mentre le più grandi banche mondiali consigliavano d’investire nelle Tigri Asiatiche, alcuni grossi speculatori già iniziavano a vendere; il mercato crollò, spinto sempre più al ribasso, provocando perdite spaventose in tutto il mondo. Fino a quando chi aveva fatto crollare il mercato non ricomprò le azioni a prezzi ridicoli, generando enormi plusvalenze.

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I profitti della crisi

Inizia a esser più chiaro dov’è finito il denaro «bruciato»? Finisce di certo in mano a qualcuno.  Anche se non tutto, perché quando un mercato azionario soffre di un ribasso, ad esempio del 40%, quest’ultimo è il valore patrimoniale perduto, ma non rappresenta il denaro realmente scambiato. Ma anche se non tutto, comunque una buona parte di quei soldi «bruciati» in un ribasso, sono  intascati da qualcuno che sta alla punta della piramide. Man mano che le borse crollano, qualcuno vede aumentare seriamente i suoi profitti. Al termine di una bolla speculativa, «i saldi finali di liquidità si concentrano nelle mani di una percentuale molto piccola della popolazione. Nel caso della bolla immobiliare e della crisi dei sub-prime, è chiaro che il denaro è finito nelle mani di coloro che sono entrati nel settore immobiliare e ne sono usciti in tempo. Ne hanno raccolto anche, sotto forma di profitti, le imprese che in tutti questi anni hanno tratto vantaggio dalla forte domanda finanziata attraverso il credito» (2). E ciò significa che le banche e i grossi finanzieri sono entrati e usciti dalla bolla nei tempi giusti per arricchirsene, hanno prima scommesso sul crollo, assicurandosi, e poi l’hanno fatta scoppiare. Si succhia un settore, poi se ne esce. È davvero come se le banche non fossero fallite, hanno semplicemente esaurito la loro funzione.

Mentre la crisi economica sta imperversando in maniera sempre più drammatica in tutto l’Occidente, tra imprese che chiudono o delocalizzano, disoccupazione che sale a ritmo forsennato, diritti che si vaporizzano, un po’ dappertutto s’impongono altri sacrifici ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani.

Eppure c’è anche un’altra faccia della medaglia, quella delle grandi multinazionali e delle grandi banche, a beneficio delle quali è stata costruita l’intera operazione, che riescono a decidere la soglia della sostenibilità economica per le piccole e medie imprese e per interi popoli, avendo le dimensioni e le risorse per fronteggiare o addirittura a causare una crisi, se questa può tradursi in un’opportunità per conquistare un mercato o sbaragliare dei concorrenti.

Come sottolinea Marco Cedolin: «dai dati dello studio annuale di Mediobanca-R&S, che prende in esame 374 multinazionali (17 delle quali italiane) per quanto concerne il primo trimestre 2010, si apprende che il fatturato medio è cresciuto ben del 22% e l’utile netto (udite udite) perfino del 210%. A trainare questa entusiasmante crescita, l’escalation del settore energetico, ma anche gli ottimi profitti dei settori auto, pneumatici e cavi, chimica-farmacia e utilities» (3).

Tra le conseguenze della «crisi», c’è quindi l’incremento dell’utile netto delle multinazionali, ottenuto in larga parte attraverso licenziamenti, delocalizzazioni ed annientamento del mondo del lavoro, superiore di dieci volte a quello del fatturato. «Un dato che dimostra inequivocabilmente le ragioni di un cataclisma presentato come accidentale, ma in realtà studiato scientemente, per trasformare magicamente il dramma di molti nel bengodi di pochi» (4).

Grazie a questo crack finanziario globale, la «cupola» finanziaria avrà in mano non solo materie prime e beni materiali come terreni, oro, diamanti, petrolio, ma anche risorse primarie, come acqua e energia elettrica, data la continua spinta alla privatizzazione che li sta favorendo, concentrando nelle loro mani il controllo globale delle risorse.

L’arte di costoro è proprio quella di appropriarsi di grandi ricchezze e poi nascondersi nell’anonimato, infiltrandosi tra le masse di diseredati e facendo di tutto per confondere le idee a quei pochi che cercano di vederci un po’ più chiaro.

Le bolle speculative sfruttano l’irrazionalità e l’avidità delle masse, la voglia di arricchirsi e di emulare i ricchi. Pur di arricchirsi senza fatica, ognuno di noi sarebbe pronto a tutto: ce lo conferma la bolla più assurda di tutti i tempi, la prima grande bolla speculativa della storia, quella dei tulipani, nel 1600, in Olanda, che funge da modello per tutte le bolle successive. Per colpa della speculazione sui bulbi, diventati uno status symbol, un oggetto di tendenza, il prezzo salì al punto che ci si poteva comprare una casa col valore di un unico bulbo. Poi il mercato crollò. Il prezzo dei bulbi tornò al suo valore. E la gente perse tutto.

Le bolle sono create dai megaspeculatori. Affinché possa nascere una bolla speculativa, sono necessari: denaro abbondante (con facile accesso al credito), avidità sfrenata, e un oggetto del desiderio, che sia considerato di sicuro valore, da mettere al centro dell’attenzione, e su cui si ripongono aspettative generalizzate di ulteriori aumenti, come il mattone per la crisi dei mutui sub-prime. Successe per i titoli di borsa, che poi portarono alla crisi del ’29; è successo per Internet, durante la bolla della New Economy; così come è successo ancora più indietro nel tempo: in Olanda, per i tulipani, nel 1600, in Gran Bretagna, per la Compagnia dei Mari del Sud. Tutti questi oggetti del desiderio (fiori, società, internet), hanno avuto a che vedere con un’idea di glamour, di attraente, di nuovo, erano parte dell’immaginario collettivo, e sono stati scelti per poter attecchire presto e bene nella gamma dei desiderata. L’interesse sale, ed ecco che arrivano i polli da spennare, i piccoli-medi investitori. Quando si è raschiato abbastanza denaro, si lascia esplodere la bolla.

Insomma, il controllo dell’informazione, la manipolazione e la sofisticazione sono fondamentali.

Una delle prossime bolle? Potrebbe essere quella delle carte di credito, oppure quella riguardante la cosiddetta rivoluzione verde. Il capitalismo ha capito benissimo quanti soldi si possono fare ripulendosi un po’ la faccia, affermando d’esser eco-friendly, ed investendo denaro nelle tecnologie verdi. E hanno trovato pure il volto adatto per questa campagna pubblicitaria: Barack Obama (5).

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Il capitalismo mutante

Il capitalismo non invecchia, ma cambia volto, evolve, si rifà il trucco, si riorganizza. Dove ha esaurito le speculazioni, taglia, fa fallire, elimina. E crea nuove speculazioni, nuove bolle.

Il capitalismo è fatto da uomini. E a capo di questo sistema ce ne sono pochi che sanno però benissimo come moltiplicare ancora e ancora i loro già infiniti profitti.

Questa crisi non è stata un elemento eccezionale, ma programmato. Al contrario della produzione  industriale del capitalismo, che è totalmente anarchica (sovra-produce, senza pianificare), qui ci troviamo davanti a una gestione controllata del mercato finanziario, che è ormai realtà.

Questa crisi è voluta, perché permette di speculare, rastrellare i risparmi dei piccoli e medi risparmiatori, ridurre gli stipendi, aumentare le privatizzazioni, e in ultima istanza, i profitti. È un momento di riorganizzazione del sistema capitalistico.

Questa crisi è stata pianificata.

Crisi economica significa insoddisfazione sociale e politica, caos e violenza, significa maggiore possibilità di repressione e controllo sociale.

Non è più possibile credere all’intrinseca incertezza dei mercati finanziari.

Prima, ad esempio, non esistevano i derivati: non potevi scommettere apertamente sul crollo di un mercato, una moneta, una società. Oggi è possibile, grazie ai complicati prodotti finanziari creati ad hoc. E ciò rende ancora più manipolabili e incerti i mercati: chi ha investito grossissime cifre nel crollo di qualche società, può tranquillamente lavorare nell’ombra e far circolare informazioni, anche false, al fine di raggiungere il proprio obiettivo.

Se si pensa che ancora oggi le borse oscillino grazie alle idee o agli umori degli operatori di borsa, si ha una visione romantica del mondo finanziario. Sovente sui mercati le previsioni avverano se stesse, perché in essi agiscono persone sempre attente agli «umori» degli altri. E che hanno quantità di denaro tali da poter provocare l’avverarsi delle previsioni, o del loro contrario: effettivamente siamo davanti a delle frodi.

Esiste una classe di speculatori di altissimo livello che manipolano il mercato, quelli alla punta della piramide: banche e manager di fondi d’investimento, che hanno in mano cifre enormi. Possono anche non farlo direttamente, ma attraverso le cosiddette «società-veicolo», non figuranti nei bilanci, attraverso le quali si effettuano le operazioni più «spinose».

La finanza degli ultimi vent’anni è un qualcosa di distante dai fondamenti dell’analisi economica che si dava per scontata, come afferma John Kenneth Galbraith: oggi si è affermata passo dopo passo una perversa economia della truffa, legalizzata e formalmente accettata. Per l’economista americano, ci troviamo davanti a pochi mentitori spudorati, circondati da un mare di ingenui e parzialmente innocenti portatori d’acqua. I mentitori sono i presidenti e amministratori delegati diventati super-ricchi, che portano avanti un deliberato disegno truffaldino. Ma è anche e soprattutto, una deformazione della realtà che all’inizio viene deliberatamente perseguita, ma che in seguito si autoalimenta: «Nella vita reale a comandare non è la realtà; sono la moda del momento e l’interesse pecuniario» (6). Uno dei grossi problemi è l’influsso che la moda (truffaldina) ha sui cittadini-consumatori che posseggono un patrimonio finanziario, un gregge che segue irrazionalmente i dettami dei «pastori» per stessa avidità ed invidia, per la voglia di poter guadagnare in maniera facile. Così si lasciano agire liberamente i «pastori», e inoltre gli si offre i propri risparmi, che loro utilizzano per poter «giocare», per fare le loro scommesse. «L’uomo è un essere profondamente gregario. Isolarsi dal gruppo genera insicurezza e timore. La gente preferisce piangere accompagnata che ridere da sola. Chi si mette ad operare nei mercati speculativi, che lo faccia per speculare o meno, crede (o vuole credere) che il gregge sia guidato da un saggio pastore» (7). E, dato per assodato dallo stesso Trìas De Bes che «le masse non pensano, si limitano a seguire la direzione del gregge», è evidente che il gregge, composto dai piccoli-medi investitori, è guidato quindi da una banda di demoni senza scrupoli.

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Derivati & C.: il racket delle agenzie di rating

Il mercato e i suoi strumenti sono cambiati. Oggi nell’arco di pochi secondi è possibile fare crollare una borsa o trascinare una moneta in un vortice ribassista. Strumenti finanziari altamente speculativi sono usati in modo massiccio sul debito degli stati, investendo sulla loro bancarotta.

Centrale il ruolo delle agenzie di rating: le principali sono le americane Standard & Poors, Moody’s, e Fitch, che valutano imprese e titoli obbligazionari (con una valutazione che va da AAA a D), e non sono indipendenti, dato sono entità private, strutturate come società per azioni (e sono quindi sottoposte al principio del massimo profitto possibile), effettuando le loro valutazioni a pagamento (con un potenziale conflitto d’interessi, a volte anche quando non è richiesto). Basti pensare che, secondo un monitoraggio effettuato dall’Adusbef (Associazione difesa consumatori ed utenti bancari, finanziari ed assicurativi) su 1000 report delle agenzie di rating, ovvero consigli per gli acquisti e/o vendite, sono risultati errati nel 91% dei casi, mettendo così a repentaglio i risparmi dei risparmiatori, ma permettendo a chi invece è a conoscenza delle giuste informazioni, di poter speculare e guadagnare (8). E le agenzie di rating, hanno partecipazioni dirette, anche attraverso i membri dei loro consigli direttivi, nelle più grandi corporations e banche internazionali, anche nelle banche coinvolte nelle operazioni di finanza derivata, cioè le speculazioni responsabili delle bolle speculative e dell’attuale crisi finanziaria (9). Sono quindi una struttura organizzata delle principali banche del pianeta, le stesse che controllano il sistema finanziario e debitorio delle nazioni e dell’economia privata e pubblica.

Tra i prodotti finanziari utilizzati per manipolare il mercato, uno dei più utilizzati è il derivato, una seconda scommessa su un prodotto precedente: ovvero quando possiedi un fondo e un’opzione su quel fondo, e l’opzione su quel fondo ti consente il privilegio (non l’obbligo), di comprare o vendere. Il prezzo del derivato, si basa sul prezzo di qualcos’altro, è una sorta di complicata equazione di secondo grado. E si può fare un derivato su tutto. E si scommette su tutto, Wall Street è davvero un enorme casinò. E i derivati in circolazione, a metà 2008, ammontavano a 765 trilioni di dollari, pari 14 volte il pil del mondo, stando al loro valore nominale. Tuttavia, essendo soggetti a una regolazione blanda, in quanto considerati contratti tra privati, non è possibile stabilirne né l’esatto ammontare, né quanti di essi siano effettivamente gestiti da investitori istituzionali. Formano un mercato ombra.

Nelle mani di spregiudicati speculatori questi strumenti possono diventare dei formidabili mezzi per far soldi.

Immaginiamo di essere a conoscenza di un evento che, il giorno seguente, farà crollare i mercati finanziari ed andrà a colpire alcune società in modo particolare. Come possiamo sfruttare questa informazione per fare quanti più soldi possibile, speculando sul disastro imminente?

Possiamo utilizzare i Credit Default Swap, un particolare tipo di derivati: sono un’assicurazione contro il default, ovvero contro l’atto di non riuscire a pagare il dovuto, cioè quando non si riesce a far fronte ai propri debiti. La loro caratteristica criminogena sta nel fatto di poter esser contratti anche su titoli che non si possiedono.

Immaginiamo che io potessi assicurare casa vostra contro gli incendi, e non solo con una polizza, ma con dieci polizze. Diventerei il più interessato a mandare a fuoco casa vostra! Perché voi avreste il danno ed io incasserei 10 volte il valore di casa vostra.

E questo accade anche con gli Stati!

Dato che i cds vengono calcolati sulla base del rischio di default, basti ipotizzare che, conoscendo un paese critico, in un’apparente situazione economica e politica di calma, come ad esempio la Grecia, cominci ad acquistare cds sui titoli greci. Mi costano poco perché non risultano ancora dei problemi evidenti.

Poi rendo pubblico che il debito greco è insostenibile, come realmente è, attraverso voci di corridoio, attraverso gli organi di stampa, attraverso le agenzie di rating.

Gli occhi vengono puntati sulla Grecia, e coloro che possiedono titoli greci cercano di venderli, ma non trovano compratori. Ecco che si infiamma la questione: il rischio che nessuno più comperi i titoli greci cresce e con esso la valutazione dei cds su di essi.

Chi ha titoli cerca di «assicurarsi» contro il default, ed allora io vendo quei cds che avevo acquistato a poco prezzo, ad un valore molto più alto.

Se poi la Grecia va effettivamente o no in default non interessa, il guadagno (enorme) l’ho portato a casa.

Il sistema dei derivati e dei future, privo di controllo e limite, diventa così una macchina per distruggere. Infatti i più grossi guadagni si ottengono quando la quotazione di un’azione aumenta o diminuisce notevolmente, in generale è difficilissimo che un’azione guadagni grosse cifre (100 euro, o 100 dollari, ad esempio) in pochi giorni. Simili sobbalzi spaventosi del listino sono invece frequenti quando un’azione crolla. Quindi se il mio gioco è guadagnare al di là di ogni sogno più smodato sarà probabile che io speri nei crolli, e se sono un bastardo che manipola il mercato gestendo informazioni riservate (vere o false che siano), cercherò di usare il mio potere di manipolazione per distruggere un’azienda piuttosto che per farne schizzare in alto la quotazione. Distruggere è più facile che costruire, diffondere il panico è meno costoso che diffondere l’ottimismo.

E l’esempio principe è ciò che sta accadendo con l’euro, che è da tempo sotto attacco (speculativo): con i Credit swap, questi contratti con cui ci si assicura anche dal rischio di fallimento di un’emittente di titoli, si contribuisce a mandare a picco la stabilità dell’euro, minando la stabilità economica europea, provocando una golosa crisi finanziaria che indebolisca un’alleanza monetaria recente e ancora debole.

Un’inchiesta del New York Times ha rivelato come la Grecia, supportata da Goldman Sachs ed altre banche d’affari di Wall Street, abbia mascherato i propri conti pubblici attraverso meccanismi di trading finanziario, aggirando il Patto di Stabilità europeo. Gli stessi metodi utilizzati da Wall Street per creare la bolla speculativa dei mutui sub-prime, sono stati replicati con le finanze pubbliche della Grecia e di altri paesi europei, Italia inclusa.

Per entrare nel Trattato di Maastricht, Italia e Grecia, in particolare, tagliarono i loro deficit con l’uso dei derivati, che non appaiono ufficialmente nei bilanci.

E le stesse agenzie di rating, che hanno aiutato a occultare i deficit ai paesi europei, hanno poi speculato e fatto speculare sugli stessi: nel momento in cui declassano il rating della Grecia o dell’Irlanda, si tratta di una chiara manovra speculativa, essendo in combutta con le banche d’affari.

Un caso scuola di attacco speculativo, orchestrato dalle agenzie di rating? Contro l’Italia, nella primavera 2010: l’agenzia Moody’s, tra il 6 e il 7 maggio ha fatto girare due notizie totalmente diverse. Il 6, alle 11.47, le agenzie di stampa titolavano: «Crisi: Moody’s, banche a rischio in Italia e altri quattro paesi». Il 7, alle 9.35, invece, titolavano: «Crisi: Moody’s, Italia non è più tra i paesi a rischio». In poco più di 24 ore, però, si è registrata una discesa in picchiata di tutti i titoli bancari. È stata praticamente diffusa una notizia non vera, provocando una reazione da parte di potenziali speculatori, come ammise lo stesso ministro degli Affari esteri, Franco Frattini (10). Le agenzie di rating e i loro compari, insomma, oltre ad aver generato crisi sistemiche, si continuano ad arricchire grazie ai rialzi e ribassi immotivati, o meglio, provocati, dalle loro manovre.

Ai primi di marzo 2010, è addirittura il Wall Street Journal che scrive che le maggiori banche americane e i maggiori hedge funds, i fondi d’investimento ad alto rischio, hanno sferrato un massiccio attacco all’euro: si afferma che in un summit tra questi soggetti, sia stato stilato un piano preciso: dichiarato inevitabile il dissesto greco, e quindi il crollo dell’euro, i cds avrebbero fruttato guadagni enormi. Ed effettivamente così è accaduto. I vertici degli hedge funds avrebbero deciso di concordare una serie di mosse per speculare al ribasso sulla moneta unica, per mettere così ancor più sotto pressione l’Europa, alle prese coi rischi di un default greco. A supporto dello scoop, il giornale sottolineava il numero di contratti futures ribassisti stipulati nella settimana successiva: circa 60.000, secondo Morgan Stanley.

Per «salvare la Grecia», tra i miliardi di Ue e Fondo Monetario Internazionale, e il programma illimitato di swap della Federal Reserve, il prezzo finale da pagare sarà sicuramente più alto del trilione di dollari. Questa ipotetica impresa di contenimento non è altro che un piano di salvataggio (l’ennesimo) per le più grandi banche del mondo. La maggior parte del debito dei piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) è controllato da importanti banche francesi e tedesche. Un improvviso default avrebbe messo in discussione la solvibilità di queste banche per la seconda volta in due anni. Oltre a costituire un appiglio per le banche, offre respiro ai governi in questione, che stavano sperimentando o rischiavano di sperimentare dei conflitti civili. Inoltre soccorre gli irrequieti mercati azionari. Queste sono le principali ragioni che hanno spinto verso un piano di salvataggio.

Sia il Vecchio Continente che lo stato della California arriveranno, assieme nei prossimi tre anni a dover pagare gli interessi sul loro debito corrente, più il triliardo di dollari del salvataggio, e poi ripagare il debito maturato. In aggiunta è probabile che contrarranno nuovi debiti per finanziare i continui deficit di bilancio. Chi saranno gli unici a guadagnarne ancora una volta? Le banche.

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Wall Street 2 – Il denaro non dorme mai: invenzione o realtà?

A volte vedere un film ci fa pensare automaticamente che stiamo guardando un’invenzione, l’idea stessa che sia un prodotto di fantasia agisce inconsciamente e non ci fa prendere totalmente sul serio ciò che accade nella pellicola. Ma a volte i produttori di Hollywood si divertono a dipingere proprio così come sono alcune delle più oscene realtà della nostra società. A tal proposito consiglio fortemente il film Wall Street 2 – Il denaro non dorme mai di Oliver Stone.

Offre uno spaccato dell’ultima crisi economica spietatamente preciso, descrivendo proprio la forte manipolabilità del mercato. A partire da quella che è una vecchia (illegale e diffusa) tattica, ovvero quella dell’uso di informazioni riservate (o false), diffuse ad arte o tenute segrete, utilizzate per sapere in anticipo quali azioni saliranno o scenderanno; ma qualcuno si spinge un po’ più in là organizzando graziosi complotti allo scopo di far crollare un’azienda, dopo averle scommesso contro in borsa.

Ma Stone fa anche luce su una delle novità perverse dell’economia: guadagnare sulle perdite. Il film inizia con il proprietario della grossa banca d’investimento Keller Zabel, che si interroga su come sia possibile che la sua società possa fare tanti milioni di profitto (e ciò significa che sta andando bene, evidentemente), ma allo stesso tempo andare male in borsa, perché magari tu stesso stai scommettendo sulle tue perdite, e ci stai guadagnando…

E in Wall Street 2, proprio la Keller Zabel (che potrebbe benissimo essere la Lehman Brothers), subisce un’operazione truffaldina: un’altra grossa banca d’affari, la Churchill Schwartz, nell’ombra (attraverso fondi off-shore e società non collegate), scommette una fortuna sul crollo della Keller Zabel, acquistando derivati e vendendo allo scoperto (forma di speculazione ribassista, si effettua non possedendo direttamente i titoli), e nel frattempo mette in giro voci sul fatto che la Keller Zabel non se la passi troppo bene, avendo investito troppo in titoli giudicati «tossici».

Tutto questo produce il crollo del titolo «Keller Zabel».

In un vertice con tutte le maggiori banche del paese, la Keller Zabel chiede allora disperatamente di essere aiutata, ma la Churchill Schwartz nega l’aiuto necessario, nonostante tutte le banche avessero titoli tossici in bilancio, condannandola così al fallimento. La Churchill Schwartz allora si offre di ricomprare la banca in crisi a un prezzo stracciato, a 3 $ per azione, una miseria, dato che ne costava 79 un mese prima.

Risultato: una grossa banca se ne mangia un’altra a bassissimo costo. E non dimentichiamo i mega profitti prodotti dalla scommesse vinte sul crollo!

Ecco uno scenario ipotetico, quello che ci offre Stone, eppure molto simile a ciò che è accaduto realmente.

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La vera storia dei mutui subprime

E cosa c’è dietro la crisi economica scoppiata nel 2006? Pare sia nata dalla crisi dei mutui americani, o almeno così ci hanno spiegato tv e giornali. Ma non fu così semplice come i mezzi d’informazione hanno voluto farci credere.

Un ottimo esempio esplicativo lo propose proprio Casassa, una sera, al Chiambretti Night, quando disse qualcosa del genere (i video di Casassa sono purtroppo spariti dalla rete): ci vogliono far credere che questa crisi sia nata dai mutui sub-prime americani. Un po’ come se a Pavia, nessuno dei cittadini pagasse più il mutuo, e ciò provocasse una crisi economica mondiale! Qualcosa non quadra.

Facciamo allora qualche passo indietro: per molti anni le banche centrali (fed, bce) hanno tenuto artificialmente bassi i tassi di sconto, cioè il costo del denaro. Tassi estremamente bassi hanno indotto milioni di persone nel mondo occidentale, e in particolar modo negli States, ad indebitarsi nei confronti delle banche per acquistare casa. Il risultato fu che il mondo entrò in una fase di espansione monetaria che si cibò del mercato immobiliare.

La fed ha praticamente triplicato la quantità di dollari e di credito in circolazione dal 1990 ad oggi. I prezzi delle case sono aumentati drammaticamente, non a causa della semplice interazione tra domanda ed offerta, ma perché la fed ha letteralmente «creato la domanda», facendo sì che il costo dei prestiti fosse artificialmente basso. Si crearono le condizioni per il «credito facile».  Quando il credito è a buon mercato, gli individui tendono a prendere in prestito troppo ed a spendere senza alcun freno.

Questo non vuol dire che tutte le banche e le aziende di Wall Street siano senza peccato, anzi. Quando il credito è a buon mercato, perché non prestare soldi in modo più avventato ad individui ai quali normalmente non l’avresti fatto? Anche con tassi di bancarotta più alti, i prestatori possono fare profitti enormi semplicemente grazie al volume degli affari più alto.

E allora, per rimettere in moto l’economia dei consumi, sono stati creati i mutui sub-prime, ovvero mutui concessi a persone che non potevano garantire il pagamento dello stesso (i mutui prime, sono invece quelli stipulati con debitori affidabili). Ed è diventata una vera e propria industria capitanata da alcune delle principali banche.

Furono setacciati tutti i clienti, anche i peggiori, perché le banche richiedevano, ai propri dipendenti, obiettivi trimensili più alti del solito: ad esempio, invece di due mutui, se ne dovevano riuscire a fare quaranta, imponendo ai loro dipendenti obiettivi smisurati, e chi non li raggiungeva, era fuori.

La banca così mandava a chiamare anche il cliente più insolvente, emetteva il mutuo, con il quale costui comprava casa, contando sul fatto che dopo due anni avrebbe potuto rivenderla ad un prezzo di molto superiore al mutuo, intascandosi la differenza.

La banca, non contenta, vendeva tutto il mutuo ad una società creata apposta con capitale sociale ridicolo, una «società-veicolo», non figurante nel bilancio (magari domiciliata nei paradisi fiscali), la quale colleziona un certo numero di tali mutui, li unisce ed emette dei cdo (Collateralized debt obligation, pacchetti di bond o di derivati). Insomma, li impacchetta, e li vende come se fossero un investimento sicuro, garantendo (falsamente) un basso livello di rischio: molti revisori hanno infatti classificato questi mutui e questi derivati come accettabili, pur sapendo che si mischiavano debiti di massima qualità con debiti «scadenti», mutui prime con subprime, e così via. In tal modo diluivano il (loro) rischio.

Per rendere più difficile il percorso all’indietro, altre società zombie (prive di un capitale adeguato) raccolgono questi titoli ed emettono altri titoli, si creano le cosiddette «salsicce avvelenate», in un gioco di scatole cinesi, in cui, alla fine, è impossibile risalire ai vari impacchettatori e a quali mutui fanno riferimento.

La beffa finale? Quando poi le case vengono pignorate per non aver pagato i mutui (quando sono crollati i prezzi, il valore è diventato di molto inferiore al mutuo residuo), vengono tirate in causa le società impacchettatrici, le quali, avendo capitali ridicoli, rispetto ai valori trattati, falliscono immediatamente. Così si tronca l’aggancio con quel poco di garanzia, costituita dalle case pignorate che restano in mano ai primi «impacchettatori», i quali manterranno tali beni. Così, se il numero di impacchettamenti e successive divisioni ha raggiunto il vero scopo, facendo fallire tali società, si tronca qualsiasi legame tra titolo e società che detiene il bene. Dopo qualche anno potrà rivendere la rimanenza e intascarsi il maltolto, alla faccia di tutti coloro che invece hanno perso tutto.

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Le banche dirigono l’Orchestra

È evidente che le banche sono praticamente impazzite di fronte al denaro abbondante, dimenticandosi volutamente dei rischi. Le banche d’investimento ricevevano così tanto denaro dagli investitori, che cercavano qualunque credito da impacchettare e rivendere sotto forma di investimento. Non solo hanno venduto i mutui a banche straniere come prodotti finanziari dal sicurissimo rendimento, impacchettandoli con un bel fiocco rosso, ma hanno studiato prodotti finanziari che non contenevano solo mutui ma anche cambiali relative ad automobili, crediti a studenti e persino debiti associati a carte di credito, per poi venderli (sempre impacchettandoli col nastro rosso) come asset di classe AAA. Chi riceve un prestito potrebbe diventare inadempiente, così il suo prestito viene venduto a qualcun altro. Semplice e molto redditizio.

Per esempio la Bear Sterns si metteva in contatto con piccole e medie banche di Stati americani, che di solito non concedevano mutui, e diceva loro di venderne, poiché se li sarebbero comprati loro. «Concedetene quanti ne volete, che tanto non ve li ritroverete neanche in bilancio, non vi dovrete assumere il rischio di un mancato pagamento». C’era denaro, molto denaro, e bisognava accaparrarselo tutto.

Se le banche d’investimento non avessero rivenduto i mutui sub-prime delle banche, queste non avrebbero potuto concedere altri crediti, avendo già i sub-prime nei bilanci. Non è stato fatto. Invece, i manager hanno ricevuto bonus stratosferici, vendendo debiti spazzatura, minando il sistema dalla base, per poi andare a recuperare anche le case pignorate appena si saranno calmate le acque, dopo aver ricevuto i soldi dallo Stato per chiudere le falle da loro stessi create.

Le agenzie di rating hanno valutato positivamente questi prodotti spazzatura, proprio perché ricevono una commissione variabile in funzioni alla quantità di prodotti finanziari valutati, essendo entità private e controllate da banche e multinazionali.

Inoltre, le banche commerciali, che offrono depositi e concedono crediti, non avevano mai concesso  mutui che coprivano il 100% della somma. E invece si arrivò a concedere il 120% della somma. Altro criterio classico è che la quota mensile da rifondere non deve superare il 35% del reddito familiare, invece furono approvati i mutui la cui quota rappresentava il 60% o il 70% del reddito. E le banche non prestavano solo il denaro dei depositi, ma anche quello che ricevevano dalle banche internazionali attraverso il mercato interbancario, che va restituito a breve scadenza.

Inoltre, il denaro che giungeva alle famiglie per comprare appartamenti e beni di consumo, favoriva anche tanti altri soggetti, faceva andare avanti l’economia. La locomotiva andava avanti veloce per tutti, perché fermarla?

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«Vuoi vedere la fine del mondo?»

Con il crollo del mercato immobiliare, ci sono state perdite a gogo (in Wall Street 2, Susan Sarandon interpreta un’ex infermiera, reinventatasi speculatrice immobiliare che quando crolla il mercato, vede crollare così anche le quotazioni delle sue case, e non può più recuperare i soldi precedentemente investiti). Le banche hanno visto crollare i loro margini di profitto dalle quotazioni superpompate delle case, e così hanno dichiarato la crisi: avevano in mano 70.000 miliardi in derivati. Una perdita di 800 miliardi di $. Provocata da istituti che sapevano sarebbe finita così. Perché si può scommettere sul crollo del mercato, creandolo, quel crollo.

Vendendo derivati, sub-prime, futures, swap, qualunque titolo-spazzatura. Sapevano che l’illusione dei mutui avrebbe fatto crollare il mercato, e quando il crollo si è avverato, si sono fatti comprare i titoli tossici dal Governo, senza perdere un dollaro.

È questo il vero impero del male.

Ancora Wall Street 2 ci offre la visione di ciò che è accaduto: scoppia la crisi, le banche si riuniscono col governo, che viene spaventato e praticamente minacciato: entro 5 giorni tutte le banche saranno fallite, dovete salvarle. E così chiedono praticamente una statalizzazione! Uno dei banchieri, parlando con uno dei rappresentanti del governo, minaccia: «Senza di noi, la musica si fermerà, il ballo sarà finito, non ci sarà più la storia. Sarà bancarotta in una settimana, i bancomat non sputeranno più soldi, la gente andrà nel panico; vuoi vedere la fine del mondo?». E così è andata, il governo americano ha salvato le banche: il piano di salvataggio statunitense è costato più del piano Marshall, dell’acquisto della Louisiana, delle missioni lunari, del piano di salvataggio per la crisi delle S&L, della guerra di Corea, del New Deal, della guerra in Iraq, della guerra in Vietnam e dell’intero budget della Nasa di sempre. Non presi singolarmente, bensì sommati (11).

Su internet gira una battuta, che riassume bene la faccenda: «Se devi fare un’appropriazione indebita falla bella grossa, perché così il governo verrà in tuo soccorso».

Ciò che completa questo drammatico quadro, è l’elemento forse più inquietante e meno conosciuto di tutta questa questione: la tragedia dei mutui sub-prime e della Lehman Brothers, nel 2008, avvenne soprattutto perché, proprio mentre li finanziavano, le banche e gli hedge funds comprarono i titoli assicurativi contro la bancarotta, intascando miliardi di dollari al loro crollo, da essi stessi aizzato. Tra i colossi a capo di questa megaspeculazione: il Sac Advisors e il Soros Fund Management. Dopo aver manovrato i mercati internazionali, e averli fatti crollare, hanno messo a punto un ultimo grande colpo, la richiesta di salvataggio al governo Usa.

Come si è scoperto pubblicamente, la stessa Goldman Sachs ha creato un titolo, l’Abacus 2007-ac1, con cui scommetteva contro il mercato immobiliare, anche contro i suoi stessi clienti possessori di prodotti collegati ai mutui. La Sec (organismo di controllo, la Consob americana) ha denunciato l’operazione, riconoscendo praticamente la responsabilità di Wall Street nel crollo del mercato immobiliare. Secondo la Sec, la Goldman Sachs manipolava le informazioni, ne rilasciava di inesatte, omettendo fatti chiave.

E ricordiamo che Goldman Sachs ha avuto come consulenti i principali uomini politici della «sinistra» e della destra italiana degli ultimi anni, da Lamberto Dini a Romano Prodi, da Mario Monti, passando al gran visir di Berlusconi Gianni Letta, fino all’attuale governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: i disegni criminosi di Goldman Sachs non possono essere portati a termine senza la complicità dei istituzioni politiche ed economiche.

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Il grande colpo

Il periodo della presidenza Bush era stato caratterizzato dalla più grande ondata di crimini finanziari, come racconta Micheal Moore nel suo ultimo film Capitalism – A love story.

Le élite, alla fine del mandato, con l’elezione presidenziale dietro l’angolo, erano preoccupate che le baldorie potessero finire. Dopo aver raggirato milioni di persone, pignorandogli le case, facendogli dichiarare bancarotta in caso di malattia, e convincendo ad investire stipendi e pensioni al Casino Wall Street, decisero di fare un ultimo colpo, dopo trenta anni di festa ininterrotta: farsi comprare tutti i titoli tossici dal governo. Ma avevano bisogno di un diversivo, per prima cosa. E cosa funziona meglio di un po’ di sana e vecchia paura? I media hanno diffuso il panico, mentre prima fallivano piccole società, e poi i pezzi grossi. Il sistema capitalistico, costruito su fondamenti di sabbia, collassa dall’interno, e molta gente se ne arricchisce: funzionari e dirigenti delle grandi banche e delle casse di risparmio, chi ha concesso prestiti non prime, gente diventata incredibilmente ricca. Anche ex senatori, poi passati alle banche.

E allora, scatenata la paura, preparato il campo, cosa hanno fatto? Hanno preso un furgone, sono andati al Tesoro, e si sono presi quasi 800.000.000 di dollari delle tasse dei cittadini americani. Senza dire neanche che fine avrebbe fatto tutto quel denaro. Dissero ai senatori che senza agire l’economia sarebbe collassata, a poche settimane dalle elezioni.

Il segretario del Tesoro, Henry Paulson, ex Goldman Sachs (come tutti i ministri del Tesoro dalla presidenza Clinton in poi: si parla di un unico ed ininterrotto «Governo Goldman», che ha lavorato alacremente per deregolamentare tutto il possibile), si accordò con le banche. Eliminando tutte le leggi e i possibili interventi delle commissioni giudiziarie, di revisione, annullando il normale iter legislativo, il piano fu proposto, ma non riuscirono ad approvarlo, nonostante l’enorme pressione esercitata sul Congresso. Il giorno dopo, la borsa crollò del 7%. Paulson & C, allora fecero un accordo segreto con l’aiuto dei democratici (in cambio hanno avuto l’elezione di Obama?): la mozione fu approvata.

Questa è stata la macroscopica dimostrazione che esistono forze che esercitano controllo completo della politica, e se vogliono possono attuare un colpo di stato finanziario.

E pensare che fu proprio il ministro Paulson, quando era alla Goldman, a far comprare questi strani derivati immobiliari, facendola finire così in un «mare di guai». La stessa Goldman Sachs che è stata la prima finanziatrice di Obama.

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«Solo uno stolto confonde il valore con il prezzo» (12)

In cima alla piramide, quindi, c’è stato chi ha tessuto diabolici piani, manipolando il mercato e provocando la crisi, facendo così enormi profitti. Ma alla base della piramide, c’erano le persone, che sono cadute nell’inganno delle banche e dei media. Come è accaduto?

Ciò che è fondamentale, è creare la confusione tra valore e prezzo, provocando negli investitori di ogni sorta quella che Trìas De Bes, definisce la «Sindrome dello Stolto»: in un’epoca di prosperità e di  profitti generalizzati, in cui c’è un facile accesso al denaro, ovvero un aumento delle banconote e monete in circolazione, la gente si indebita fino al collo per consumare o investire. Se hai grossissime cifre a disposizione e strumenti di controllo delle informazioni, o proprio dell’informazione, puoi manipolare il mercato ed effettuare grossissime speculazioni, così come fanno le grandi banche e le società d’investimento. Ma se invece sei un piccolo-medio risparmiatore, rischi di cadere in un veloce e letale istupidimento, un autoinganno, prodotto da avidità e voglia di arricchirsi in maniera facile, che ti fa dimenticare la differenza tra valore e prezzo, per convincerti della bontà dell’investimento che scatena la bolla, anche se è sovraquotatissimo ed in continua salita, per cui potrebbe portarti a una probabile rovina. Ma che differenza c’è tra valore e prezzo? Si pensi all’acqua: ha un valore di utilizzo enorme (senza di essa non potremmo vivere), eppure ha (e si spera avrà) un prezzo molto basso. Ci capita abbastanza spesso, di incontrare oggetti che hanno un prezzo molto maggiore del loro valore. Ad esempio, le rose, nel giorno di San Valentino, sono sovraquotate, dato che la richiesta è altissima. Ma basta far sopraggiungere la sera, e i prezzi di un mazzetto crolleranno miseramente. Una rosa dovrebbe valere ciò che costa. Il suo valore è il suo prezzo. Ma in poche ore, il prezzo varia palesemente.

È un po’ ciò che è accaduto in questa ultima «crisi», con la bolla immobiliare. Tutte le cose tendono ad avere un valore medio storico, da cui si allontanano, ma a cui irrimediabilmente tornano. L’euforia sale, la bolla aumenta, ma prima o poi esplode.

Uno dei catalizzatori per far crescere la bolla, è stata l’eccessiva sicurezza, creata e infusa nelle persone che comprarono una casa per viverci, e che quindi sono state ingannate; ma anche negli investitori, che hanno seguito il gregge, e sono così anch’essi caduti negli inganni, poiché mossi da grande avidità ed invidia. Molto utile è stata anche la mancanza di chiarezza, mista a disonestà (nessuno ha esposto ai giovani che contraevano mutui a tassi variabili le conseguenze di una salita dei tassi, il worst case scenario, l’ipotetico peggior scenario).

Inganni orchestrati da parte delle agenzie di rating statunitensi che hanno valutato come investimento di classe AAA (massima garanzia e minimo rischio), la securitizzazione dei mutui concessi a individui di dubbia solvenza. E si parla di 6.000 miliardi di dollari di prodotti finanziari con tali caratteristiche.

Ed è colpevole tanto la banca statunitense che impacchetta il mutuo e lo fa diventare un prodotto finanziario «contaminato», quanto la banca straniera che riceve il «pacco», e non fa le dovute verifiche della natura del contenuto, prima di distribuirlo ai suoi clienti. Le informazioni erano disponibili, fin dal principio. I mutui subprime «impacchettati» nei fondi d’investimento venivano venduti da anni. Non fu una cosa che accadde di punto in bianco. Tuttavia, dato che le cose andavano molto bene e i soldi di certo non mancavano, le banche non dedicavano tempo a una valutazione cosciente delle clausole nascoste dei prodotti finanziari che acquisivano e poi rifilavano ai loro clienti. Come è pure responsabile chi ha acquistato senza il minimo dubbio prodotti che garantivano profitti stranamente «troppo» elevati. Per non parlare di chi si assicurò sul crollo.

Così come si sapeva della bolla immobiliare che sarebbe scoppiata, i giornali ne scrivevano già da molto tempo prima dell’esplosione, ma le lobby interessate sono riuscite a mettere in giro notizie contraddittorie che hanno confuso la situazione. Chi scrisse o parlò, mettendo in guardia l’opinione pubblica dalla pericolosa spirale speculativa, fu tacciato d’essere un indovino allarmista.

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Come si è arrivati a questo Impero del Male?

Negli anni, è stata totalmente distrutta la regolamentazione finanziaria: ciò ha permesso la baldoria di cui sopra.

La deregulation, la distruzione di tutte le regole che limitavano il potere truffaldino dei potenti, in ambito economico, è stata portata avanti metodicamente, lungo tutto il 1900, fino a ridurre l’America e il mondo al servizio delle major e delle borse e delle banche. E, come ci racconta Micheal Moore nel suo Capitalism, ad inizio anni Ottanta, questi ultimi scelsero un loro portavoce come presidente Usa: Ronald Reagan, un ex attore di film e spot pubblicitari. E Reagan nominò come ministro del Tesoro, il presidente della Merrill Lynch. Fu così che il paese divenne una grande azienda. Enormi guadagni a breve termine per le industrie, licenziamenti e raddoppio delle ore di lavoro. Le tasse sul reddito dei ricchi, dimezzate. Le vite delle persone normali, organizzate solo in base al lavoro. Alan Greenspan, nominato da Reagan alla Federal Reserve, spingeva la gente ad utilizzare «il capitale delle loro case», cioè a chiedere prestiti sulla propria casa. Per poi perderla.

È il disegno della nostra epoca. Sempre nel film, il regista americano cita tre rapporti segreti della Citibank (banca del colosso americano Citigroup), stilato per i suoi clienti più ricchi, sui suoi piani per governare il mondo: si ammette candidamente che gli Usa non sono più una democrazia, ma una plutonomia: la società è controllata esclusivamente dall’1% di ultraricchi. Un’élite che possiede più ricchezze di quelle che possiede il 95% della popolazione, con un divario ricchi-poveri sempre in maggior crescita. Gli unici pericoli? Pare siano una possibile richiesta di maggiore equità sociale da parte dei meno abbienti, e il fatto che nonostante tutto il potere e il controllo che hanno su di loro, possano ancora votare, e ogni persona equivale a un voto.

Ciò significa, ci dice Moore, che quindi avremmo il 99% dei voti! E invece sopportiamo, non ci ribelliamo. Ci accontentiamo del poco, per paura di perderlo? Secondo la Citigroup, la maggior parte degli elettori pensa che prima o poi potrà diventare ricca, se si impegna, e quindi la regola è diventata che ogni dollaro, equivale ad un voto.

L’oligarchia finanziaria ha quindi poteri enormi (privi di responsabilità), molto più di quelli che avrebbero i governi. Una cupola composta da banchieri centrali, banche di affari e agenzie di rating, che opera al di fuori di qualsiasi regola, e che governa i destini del mondo, determina attentati e dissemina macerie in nome dei profitti di pochi adepti, totalmente al di fuori di ogni principio etico.

Questi signori agiscono basandosi sul meccanismo delle piramidi finanziarie, inventata da un italiano, Carlo Ponzi, detto lo «schema di Ponzi».

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La leva finanziaria: Ponzi & Madoff

Quel che è successo in pratica è che molti manager che dirigono le maggiori banche, assicurazioni ed hedge funds si sono messi a giocare con i titoli di acquisto futuro utilizzando sempre gli stessi soldi per garantire decine di scommesse su quotazioni future di merci e azioni.

C’è chi parla di manager che hanno usato questo meccanismo, la leva finanziaria (garantendo con gli stessi soldi decine di scommesse) fino ad arrivare ad aver puntato 60 dollari per ogni dollaro che gestivano. In questo modo hanno ottenuto grandi guadagni, per le loro aziende e per loro stessi (facendo lievitare fino a 18 volte il loro stipendio negli ultimi 5 anni).

Bernard Madoff è l’unico supermanager che ha pagato nel truffaldino mondo dell’economia americana e dei suoi agenti superindebitati: un capro espiatorio che è servito per distogliere l’attenzione dal castello di carte di leva finanziaria su leva finanziaria fatto da famiglie, imprese finanziarie ed aziende che hanno sempre agito, e continuano a farlo, proprio come faceva Madoff.

Madoff è stato arrestato dagli agenti federali che lo hanno accusato di aver truffato i suoi clienti causando un ammanco pari a circa 50 miliardi di dollari. La sua società si è infatti rivelata come un gigantesco schema di Ponzi.

Tale sistema deve il suo nome a quest’italiano immigrato, che agli inizi del ‘900 per primo lo mise in atto su grande scala, e consisteva nel promettere agli investitori (le vittime) alti guadagni pagando gli interessi maturati dai vecchi investitori con i soldi dei nuovi investitori. Praticamente pagava quanto pattuito solo ai primi investitori, per aumentare la sua credibilità.

Rispetto agli altri hedge funds, Madoff non vantava profitti del 20-30%, ma si attestava su un più ragionevole rendimento del 10% annuo, che però rimaneva costante a prescindere dall’andamento del mercato. La truffa consisteva nel fatto che Madoff versava l’ammontare degli interessi pagandoli con il capitale dei nuovi clienti. Il sistema è saltato nel momento in cui i rimborsi richiesti superarono i nuovi investimenti.

Il caso Madoff rappresenta l’unico caso in cui le autorità di controllo sono riuscite a fare il loro lavoro. La sec ha nel corso degli anni effettuato diverse verifiche, già a partire dal 1992, presso la Bernard Madoff Investement Securities, ma senza rilevare gravi violazioni. Poi, all’improvviso, se ne sono accorti.

Gli hedge funds, i fondi d’investimento speculativi, che richiedono quote di ingresso dell’ordine di  milioni di euro, hanno un potere finanziario enorme, assai più grande di quanto non sembri poiché essi usano a più livelli proprio il cosiddetto «effetto leva»: ossia ottengono prestiti di molto superiori al capitale di cui inizialmente dispongono, per mezzo dei quali acquistano titoli, ad esempio obbligazioni aventi per collaterale un debito (dopo i disastri del 2008, le ormai note cdo) il cui valore a loro volta si basa su un effetto leva che può arrivare a 8-10 a 1. Di conseguenza i fondi speculativi muovono capitali, che risultano parecchie volte superiori a quelli che hanno realmente in portafoglio. In altre parole il trilione di dollari dei primi 50 fondi speculativi del mondo era presumibilmente in grado di muovere almeno altri 20-25 trilioni e forse più. L’effetto leva permette operazioni finanziarie altamente redditizie; tuttavia può finire in un disastro allorché la punta di questa sorta di piramide rovesciata non si dimostra più capace di reggere il peso della massa sovrastante. Se la punta su cui gravano decine di miliardi di debito è formata da solo 1 miliardo di dollari di attivi, basta che qualcuno chieda indietro anche solo mezzo miliardo, o si scopra che le cdo soprastanti non valgono più nulla, per far crollare la piramide nella polvere (13).

Il monologo di uno dei protagonisti del film Wall Street 2, il broker Gordon Gekko, offre altri ottimi spunti su questi temi, e non solo (le parentesi sono mie): «Siete nella cacca fino alle orecchie. Ancora non ve ne rendete conto, ma siete la generazione dei tre niente: niente lavoro, niente reddito, niente risorse. Davvero un gran bel futuro. […] L’avidità è giusta. È diventata legge, a quanto pare. È l’avidità che spinge il mio amico barista a comprare tre case che non può permettersi senza dare l’anticipo. Ed è l’avidità che spinge i vostri genitori a chiedere un mutuo di 250.000 $ su una casa che ne vale 200.000 $, e con quegli altri 50.000 $ correre al centro commerciale a comprare la tv al plasma, un suv, la seconda casa, perché no, conviene. Lo sappiamo tutti che il prezzo delle case in America sale sempre. Il grande debito.

Avidità ancora più avida, più un pizzico di invidia. I signori degli hedge fund se ne andavano a casa con 50/100 milioni di dollari l’anno. Così anche il banchiere si guarda intorno e dice: «Mica sono uno imbecille», e inizia a usare la leva finanziaria sugli interessi fino a 40-50 a 1, con i vostri soldi, non con i suoi (ovvero effettuano investimenti superando il capitale a disposizione, fino a 50 volte, utilizzando i soldi dei clienti). E glielo lasciate fare. Tanto siete voi che avete fatto il mutuo. Il bello? È che nessuno è responsabile. Crediamo tutti alla stessa favola. L’anno scorso, il 40% di tutti i profitti societari americani, era costituito da proventi finanziari, non dalla produzione o dal qualcosa che avesse comunque a che fare con le necessità delle persone. La verità è che ci siamo tutti dentro. Banche, consumatori, tutti muoviamo la giostra dei soldi. Prendiamo un dollaro, lo pompiamo di steroidi, e lo chiamiamo leva finanziaria. Io invece la chiamo finanza dopata.

La madre di ogni male di oggi è la speculazione. Il debito indotto. In conclusione, il vero nemico è il prestito. È via sicura per la bancarotta, è sistemico, maligno, ed è globale, come il cancro. È una malattia, e dobbiamo combatterla. Come? Come sfruttarla a nostro favore?».

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L’avidità provoca morte

Seppur vero, che ormai buona parte dei profitti societari vengono dai proventi finanziari, non dobbiamo dimenticare le conseguenze pratiche che provocano queste speculazioni.

Come scrive Lannutti, la crisi ha avuto un’accelerazione esponenziale negli ultimi quindici anni, ma ha origine con la decisione del ’71 di sganciare il dollaro, moneta dei pagamenti internazionali e del commercio mondiale, dal valore delle riserve auree. L’oro serviva ad ancorare il valore del dollaro a un riferimento reale. Invece, da quel momento è stata consentita la crescita cancerosa di capitale, un capitale fittizio, un sistema di scambi monetari fluttuanti e il progressivo sganciamento della finanza, soprattutto quella speculativa, dagli andamenti dell’economia reale produttiva, grazie alla contemporanea deregolamentazione e sottrazione ai controlli. Si sono così originate bolle finanziare, che hanno fagocitato i settori industriali commerciali e agricoli. La più pericolosa è quella dei prodotti finanziari derivati: nel 2008 parliamo di oltre 700.000 miliardi di dollari, con un aumento del 25% annuo. Questa bolla non esisteva fino a vent’anni fa. Basti pensare che il pil mondiale nel 2008 era stimato intorno ai 55.000 miliardi di dollari. Questa speculazione in derivati, si è impadronita anche di settori strategici come energia, petrolio, materie prime, prodotti alimentari, provocando impennate dei prezzi, affamando l’umanità, con conseguenze drammatiche sul piano sociale, migratorio, ambientale, politico e militare.

A tal proposito, riporto quasi integralmente un editoriale apparso il 2 luglio scorso su The Indipendent e firmato dal giornalista e critico d’arte Johan Hari, Come Goldman Sachs ha scommesso sulla morte per fame dei poveri. E ha vinto.

«Questa è la storia di come alcune delle persone più ricche del mondo, Goldman, Deutsche Bank, i traders della Merrill Lynch ed altri ancora, hanno provocato la morte per fame di alcune delle persone più povere del mondo, solo perché così hanno potuto fare un più grasso profitto.

Si inizia con un mistero apparente. Alla fine del 2006, i prezzi degli alimentari in tutto il mondo avevano cominciato ad aumentare, improvvisamente e stratosfericamente. Entro un anno, il prezzo del grano era schizzato in alto dell’80%, il mais del 90% e il riso del 320%. In un sussulto globale della fame, 200 milioni di persone, soprattutto bambini, non potevano più permettersi di avere cibo e sprofondarono nella  malnutrizione o nella fame. Ci sono stati disordini in oltre 30 paesi e almeno un governo fu rovesciato violentemente. Poi, nella primavera del 2008, i prezzi altrettanto misteriosamente scesero al livello precedente. Jean Ziegler, il relatore speciale dell’Onu sul diritto all’alimentazione, lo ha definito «Un omicidio di massa silenzioso», causato interamente dalle «azioni dell’uomo».

La maggior parte delle spiegazioni che vennero date allora si sono rivelate false. Non è successo perché l’offerta è diminuita: per esempio, l’International Grain Council dice che la produzione mondiale di grano era addirittura aumentata durante quel periodo. Non è stato nemmeno perché la domanda era cresciuta. Ci hanno detto che l’espansione delle classi medie cinesi e indiane stavano spingendo i prezzi verso l’alto, ma come ha dimostrato il professor Jayati Ghosh del Centre for Economic Studies di New Delhi, in realtà la domanda in tali Paesi in quel periodo è diminuita del 3%.

Ci sono alcune spiegazioni minori che spiegano qualcosa sugli aumenti dei prezzi, ma non tutto. È vero che la crescente domanda di biocombustibili stava divorando i terreni agricoli tanto necessari, ma questo è un processo graduale che non spiegherebbe un picco così violento. È vero che l’aumento dei prezzi del petrolio, ha fatto salire i costi della coltivazione e della distribuzione di cibo, ma i dati dimostrano sempre più che questo non è stato il fattore maggiore.

Per oltre un secolo, i contadini nei paesi ricchi sono stati in grado di impegnarsi in un processo in cui si proteggevano dai rischi. L’agricoltore Giles poteva mettersi d’accordo a gennaio a vendere il suo raccolto ad un commerciante in agosto a un prezzo fisso. Se c’era una grande estate e il prezzo globale era alto, lui perdeva un po’ di soldi, ma se c’era un’estate schifosa o il prezzo crollava, allora era lui ad aver fatto un buon accordo. Quando questo processo era strettamente regolamentato e solo le imprese con un interesse diretto nel settore potevano entrare in gioco, funzionava bene.

Poi, intorno agli anni ‘90, Goldman Sachs e altri lobbisti hanno fatto dure pressioni e le norme sono state abolite. Improvvisamente, questi contratti sono stati trasformati in «derivati» che potevano essere comprati e venduti tra operatori che non avevano nulla a che fare con l’agricoltura. Era nato il mercato della «food speculation».

Così l’agricoltore Giles accetta ancora di vendere il suo raccolto in anticipo ad un trader per 10.000 sterline. Ma ora quel contratto può essere rivenduto a speculatori finanziari, che trattano il contratto stesso in quanto oggetto di potenziale ricchezza. Goldman Sachs può comprarlo e venderlo per 20.000 sterline a Deutschebank, che lo rivende per 30.000 sterline a Merryl Lynch e su e su, fino a che pensano che il prezzo possa essere spinto in alto, fino a quando non sembra più avere quasi alcun rapporto con i campi dell’agricoltore Giles e tutti gli altri.

Se questo vi sembra mistificante, lo è. John Lanchester, nella sua superba guida al mondo della finanza, Whoops! Why Everybody Owes Everyone and No One Can Pay spiega: «La finanza, come altre forme di comportamento umano, nel ventesimo secolo ha subito un cambiamento equivalente all’emergere del  modernismo nelle arti, una rottura con il senso comune, un svoltare verso l’autoreferenzialità e l’astrazione e nozioni che non potevano essere spiegate nella lingua inglese di tutti i giorni». «Con i derivati […] c’è stata una rottura profonda tra il linguaggio della finanza e quello del senso comune».

[…]. Ecco come è successo. Nel 2006, gli speculatori finanziari come la Goldman si tirarono fuori dal collassato mercato immobiliare americano e stavano guardandosi intorno per rifare la loro scorta e gonfiarsi di contanti. Hanno cominciato a comprare grandi quantità di derivati basati sul cibo: il calcolo era che i prezzi degli alimenti sarebbe rimasto stabile o sarebbe aumentato, mentre il resto dell’economia si bloccava. Improvvisamente, gli investitori terrorizzati di tutto il mondo decisero di comprare, comprare, comprare. Così mentre la domanda e l’offerta di cibo rimanevano praticamente le stesse, l’offerta e la domanda per i contratti basati sul cibo crescevano in maniera massiccia, il che ha significato che l’all-rolled-into-one dei prezzi ha eroso massicciamente il cibo nei  piatti della gente. È cominciata la fame.

Il prezzo del cibo è stato ora fissato dalla speculazione, piuttosto che dal cibo reale. L’hedge fund manager Michael Masters stima che anche nelle borse regolamentate negli Usa, che occupano una piccola parte del business, il 64% di tutti i contratti sul grano sono gestiti  da speculatori con nessun interesse reale nel grano. Hanno soltanto un prezzo da gonfiare e da rivendere. Anche George Soros ha detto che questo è stato: «Solo come accumulare segretamente del cibo durante una crisi di fame, in modo da fare profitti con l’aumento dei prezzi». La bolla scoppiò solo nel marzo 2008, quando la situazione negli Usa peggiorò a tal punto che gli speculatori dovettero tagliare le loro spese per coprire le loro perdite interne.

Quando ho chiesto loro di commentare l’accusa di avere causato la fame di massa, il portavoce della Merrill Lynch ha affermato: «Huh… Io non ero a conoscenza di questo». Poi mi ha inviato una e-mail per dirmi: «Preferisco non fare commenti». Anche la Deutsche Bank si è rifiutata di commentare. Alla Goldman Sachs sono stati un po’ più dettagliati, nella loro risposta hanno detto: «Serie analisi […] hanno concluso che gli index funds non hanno causato la bolla dei prezzi delle commodity futures», portando come prova un singolo statement dall’Ocse.

Come sappiamo che questo è sbagliato? Come sottolinea il professor Ghosh, alcune colture vitali, tra cui miglio, manioca e patate, non sono trattate nei futures markets. Il loro prezzo è aumentato un po’ durante questo periodo, ma solo una frazione rispetto a quelle colpite dalla speculazione. La sua ricerca dimostra che questa speculazione è stata «la causa principale» dell’aumento.

Così si è giunti a tutto questo. I ricchi speculatori del mondo hanno realizzato un casinò dove la fiches sono stati gli stomaci di centinaia di milioni di persone innocenti. Hanno scommesso sull’aumento della fame ed hanno vinto. Questo è quel che accade quando si segue l’indicazione che i mercati non regolamentati sanno meglio di tutti quando è il momento di fermare la corsa. Il Wasteland moment del settore finanziario ha creato in davvero un deserto. Che cosa dire del nostro sistema politico ed economico se possiamo infliggere così casualmente tanta miseria, e quasi senza neanche rendersene conto?» (14).

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La vittoria di banche e grandi corporations: un’umanità sempre più schiava

Lascio la conclusione alle parole del senatore Elio Lannutti che, nel suo Bankster, afferma: «Fin dal 2009 avvertivo, nelle aule parlamentari e in corso di sedute pubbliche, che dopo la crisi del mercato immobiliare, dei sub-prime e dei derivati, sarebbe scoppiata anche la bolla delle carte di credito. Ed è quello che sta avvenendo, ne vedremo gli effetti a breve». Secondo il sociologo polacco Zygmunt Bauman: «l’odierna crisi finanzaria non è il risultato del fallimento delle banche: al contrario, è il frutto prevedibile del loro successo, che consiste nell’aver trasformato milioni di persone in debitori cronici».

 

GENNAIO 2011

 

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Note

 

1. Marcello Pamio, Crack bancari: crisi del Sistema o fallimento controllato? 19 settembre 2008.

Fonte: http://www.disinformazione.it/crack_bancari.htm

 

2. Fernando Trìas De Bes, L’uomo che scambiò la sua casa con un tulipano, Etas, Milano 2009; si consiglia il racconto dello stesso autore: Il venditore di tempo, Sperling & Kupfer, Torino 2006.

 

3. Marco Cedolin. I profitti della crisi. Fonte: http://ilcorrosivo.blogspot.com/2010/07/i-profitti-della-crisi_06.html

 

4. Ibidem

 

5. Fonte: http://www.lifegate.it/it/eco/people/essere/protagonisti/barack_obama_e_l_energia_pulita_una_breve_rassegna_stampa.html

 

6.John Kenneth Galbraith. L’economia della truffa. Bur Rizzoli, 2004 Milano.

 

7. Ibidem

 

8. Elio Lannutti. Bankster, Molto peggio di Al Capone i vampiri di Wall Street e Piazza Affari. Editori Riuniti, Roma 2010.

 

9. Standard & Poor’s, è sussidiaria della multinazionale McGraw-Hill Companies, colosso delle comunicazioni, editoria, costruzioni, e presente in quasi tutti i settori economici. Il presidente, Harold McGraw III, è membro dei consigli d’amministrazioni della United Technology (armamenti) e della Conoco Phillips (energia e petrolio). Gli altri membri del boards della McGraw-Hill sono rappresentanti di alto rango della banca Citigroup, della Henry Schroder Bank, della Coca Cola, della Credit Union del FMI-World Bank, della British Petroleum, dell’assicurazione State Farm Insurance Company, della Helmyck & Payne (petrolio), della Eli Lilly (farmaceutica). Così come per Standard & Poor’s, per quanto riguarda le altre due principali agenzie di rating, il discorso è lo stesso (si veda Lannutti, cit., pp. 35-38 e successive): anche nei loro consigli d’amministrazione siede il gotha della finanza mondiale, che praticamente può decidere anche le azioni delle agenzie di rating stesse, che valutano imprese e titoli obbligazionari, decidendo quindi il loro destino, con conseguenze pesantissime sull’andamento dell’economia, che viene praticamente pilotato.

 

10. Elio Lannutti. Bankster, Molto peggio di Al Capone i vampiri di Wall Street e Piazza Affari. Editori Riuniti, Roma 2010.

 

11. Fonte: http://svolte-epocali.blogspot.com/2008/12/metro-di-paragone.html

 

12. Antonio Machado, all’interno di Trìas De Bes. Op. cit.

 

13. Luciano Gallino. Con i soldi degli altri, Il capitalismo per procura contro l’economia. Einaudi, Torino 2009.

 

14. Fonte: http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=5729 elaborazione e traduzione di Umberto Mazzantini.

FONTE: http://www.cittafuture.org/index_file/MaQualeCrisiLEconomiaDellaTruffaCittaFuture.htm