Perché l’ecocatastrofismo non è scienza esatta, ma magia politica

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Perché l’ecocatastrofismo non è scienza esatta, ma magia politica

Indecente mistificazione

Come in un reality show al contrario, i quindici premi Nobel riuniti a Potsdam, in Germania, con lo scopo di salvare il mondo dal riscaldamento globale, sono in calda (è il caso di dirlo) attesa dell’attribuzione da parte degli accademici svedesi del Nobel per la pace, mai come quest’anno previsto “verde” anche dai bookmakers.

Oltre ad Al Gore, ex candidato alla presidenza statunitense e premio Oscar per il suo film ambientalista “Una scomoda verità” (peraltro oggetto di una sentenza di qualche giorno fa che l’ha definito privo di fondamento in molte sue parti), sono in lizza per il premio anche Sheila Watt-Cloutier, Inuit che denuncia lo scioglimento dei ghiacci artici e Rajendra Pachauri, presidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). La loro speranza è proprio che, dopo il responso di oggi, il numero di Nobel riuniti a Potsdam cresca a sedici così da avere ancora più forza per continuare la battaglia. L’aria che si respira in Germania è da preludio a una vittoria, anche perché l’intima convinzione di ognuno è che, se anche il premio non sarà “verde”, ormai l’opinione pubblica è in linea con l’assunto “il-clima-sta-cambiando-e-ciò-è-dovuto- all’uomo” ripetuto dalla scienza.

Già, ma quale scienza? Il professor Klaus- Martin Schulte ha da poco pubblicato in America un articolo in cui, analizzando le 528 ricerche sui cambiamenti climatici apparse sulle riviste scientifiche più autorevoli negli ultimi tre anni, evidenzia come di queste solo il sette per cento sostiene la tesi della causa antropica, il 38 per cento la consideri accettabile mentre il 48 per cento la ignori del tutto. La sproporzione tra questi dati e quanto si legge sui giornali è troppo grande per non destare qualche sospetto. In effetti in questi giorni si assiste, dopo un periodo che si potrebbe definire di par condicio, al ritorno lancia in resta delle tesi catastrofiste e a quello nelle catacombe del silenzio mediatico di chi contesta tali eccessi. E’ di questi giorni l’appello dei “Grandi della Terra” (dal Dalai Lama a Luis Sepulveda passando per Massimo Cacciari) affinché si punisca come “criminale contro la Terra” chi emette troppi gas serra. Così, mentre la battaglia contro il global warming antropico prosegue a colpi di Oscar, megaconferenze e Nobel, quella di chi la pensa diversamente è più difficile: ripetere che il gas serra più importante della nostra atmosfera è il vapore acqueo (95 per cento), che del 3,2 per cento di Co2 nell’aria solo il 4 per cento ha origine umana, che il nostro pianeta da sempre attraversa periodi caldi e freddi, che nel 1300 in Scozia si coltivava la vite e che la Groenlandia era una terra verde, che l’iceberg del Titanic era all’altezza di New York e che anche sugli altri pianeti del sistema solare la temperatura sta aumentando, sembra non reggere il confronto con quanto detto dal sempre più citato IPCC, che oggi potrebbe vedere insignito del Nobel il suo presidente.

L’IPCC è l’organismo dell’Onu che studia gli effetti delle attività umane sui cambiamenti climatici. Per intenderci, è quello che passò i dati sbagliati al ministro Alfonso Pecoraro Scanio sul riscaldamento della nostra penisola (“di quattro volte superiore al resto del mondo”). Ammantato di un’aura scientifica, l’IPCC è in realtà un organo politico, come scritto ieri dal Wall Street Journal: nato nel 1988, vede tra i suoi 2500 partecipanti la presenza di pochi scienziati, relegati a un ruolo di comprimari, a fronte di una forte presenza di “esperti” nominati dai governi nazionali (a cui devono rispondere). Da quando, con la Convenzione del 1992, l’Onu ha dato per dimostrato il legame tra riscaldamento e azione umana e i paesi membri si sono impegnati a stabilizzare le emissioni di CO2, politiche nazionali e studi del Panel sono andati di colpo di pari passo. Ciò che però non si dice è che, oltre alla poca attenzione alle implicazioni economiche che certe politiche ambientali hanno, l’IPCC applica un metodo poco rigoroso per trarre conclusioni scientifiche: la revisione paritaria dei lavori pubblicati sul tema, sistema che non impedisce di ritenere vere tesi infondate (soprattutto se scelte in una rosa di poche). I governi sanno ma lasciano fare, perché il Panel sostiene le loro politiche. Vada per il Nobel “verde”, ma qualche scienziato in più e fonti più serie non farebbero male.
di Piero Vietti

Tratto da Il Foglio del 12 ottobre 2007

FONTE:http://www.ecohysteria.net/?p=230   29/05/2011