Più caldo più Uragani? Uhm, pare proprio di no

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Scritto da Guido Guidi il 11 – luglio – 2011

Ebbene sì, abbiamo un problema con il clima. Ma non quello che staziona da un paio di decenni sulle prime pagine dei giornali, ossia una deriva catastrofica del sistema, bensì quello di capire cosa diavolo sia successo prima che si potessero impiegare dei sistemi di osservazione affidabili e durante la transizione tra sistemi diversi.

Senza questa conoscenza, non c’è verso di sapere se il clima stia cambiando come ha sempre fatto oppure abbia iniziato a cambiare per causa nostra. Ancora meno abbiamo la possibilità di capire se siano cambiati gli effetti più dirompenti delle dinamiche del clima, ove queste si manifestino nella forma di eventi estremi di breve durata.

Un esempio. Il nostro è un paese piuttosto piovoso al nord, relativamente più secco al centro e decisamente più arido sul meridione. Per capirlo non c’è bisogno di pluviometri, basta guardarlo dall’alto. Verde, pezzato, giallo, cioè umido, temperato, secco, semplicemente attraversandolo. Già, ma quanto è piovoso il nord ad esempio? Beh, in questo caso sì, ci vogliono le misure. E così scopriamo che da qualche anno, con l’accresciuta attenzione alla sicurezza del territorio il Paese è stato tappezzato di sensori per la pioggia, dai quali giungono sempre più spesso misure record. Cosa è successo, piove di più? No, se ne misura di più e non è affatto la stessa cosa. Sorge dunque il problema di mettere in relazione i dati più vecchi e per questo preziosissimi con quelli più recenti certamente più affidabili. Una sfida non banale per la nostra comunità scientifica.

Lo stesso problema, ma su scala spaziale ben più ampia, lo ha la comunità delle scienze atmosferiche con riferimento agli eventi più intensi di tutti, gli uragani. Da 40 anni o poco più e sempre con maggiore precisione, ogni ciclone tropicale è seguito dalla sua formazione al suo dissolvimento dai satelliti meteorologici. La frequenza di occorrenza, l’intensità e la durata di questi eventi sono quindi misurate in modo oggettivo. Prima dell’era satellitare però, perché si avesse contezza dello sviluppo di un ciclone tropicale, era necessario che fosse incrociato da una nave oppure osservato dalle stazioni costiere (che ne avrebbero comunque fatto volentieri a meno). Sicché con una densità urbana molto più bassa nelle terre emerse della fascia tropicale, con un traffico marittimo molto più scarso e con sistemi di trasmissione delle informazioni che adesso appaiono preistorici, è facile che un gran numero di questi eventi occorsi prima dell’era satellitare sia sfuggito alla catalogazione.

E’ proprio per affrontare questo tema che due scienziati con molta ricerca in questa settore alle spalle, hanno pubblicato un articolo sul Journal of Climate:

Una intuizione interessante quella di identificare nelle variazioni a scala spaziale e temporale del traffico marittimo commerciale un dato di prossimità per la stima delle numero dei Cicloni e delle Tempeste Tropicali avvenuti nell’era pre-satellitare.

Ma, ancora più interessante direi che possa essere la conclusione dell’abstract:

[…] These results do not support the hypothesis that the warming of the tropical North Atlantic due to anthropogenic greenhouse gas emissions has caused Atlantic hurricane frequency to increase.

[…] Questi risultati non supportano l’ipotesi che il riscaldamento dell’Atlantico settentrionale dovuto alle emissioni antropogeniche di gas serra abbia causato un aumento della frequenza di uragani atlantici.

Un tassello in più? Forse. Di sicuro se questa pubblicazione dovesse reggere il confronto con la comunità scientifica – è probabile che una buona parte di essa proverà a smontarla con ogni mezzo, come e’ giusto che sia- sarebbe un colpo non da poco per chi va sostenendo che un mondo più caldo, a prescindere da ciò che possa aver causato il riscaldamento, debba necessariamente essere teatro di eventi estremi più intensi.

E, nel paragrafo dedicato alla discussione e alle conclusioni:

[…] our time-dependent estimate of missed storms results in an adjusted hurricane record that is much more stationary in time, with substantial interannual and decadal variations but little secular trend since the late nineteenth century (Table 1). The significant, or nearly significant, 1878–2008 secular changes in basinwide frequency (increase) average duration (decrease), fraction of storms making landfall (decrease), and storm activity in the eastern tropical Atlantic (increase) seen in the raw database all become nonsignificant after our adjustment. […]

[…] la nostra stima temporale di tempeste non individuate sfocia in una serie di uragani modificata che è molto più stabile nel tempo, con sostanziale variabilità interannuale e decadale ma con trend secolare di piccola entità a partire dal tardo diciannovesimo secolo (Tabella 1). Le variazioni significative o quasi significative a scala secolare nel periodo 1878-2008 nella frequenza sull’intero bacino (aumento), nella durata media (diminuzione), nella frazione di tempeste che toccano la terraferma (aumento), viste nel dataset grezzo, diventano tutte non significative dopo la correzione. […]

Oppure ancora:

Since the late-nineteenth century, SST datasets show a statistically significant warming of the tropical Atlantic that is very unusual compared to model-generated internal climate variability (Knutson et al. 2006) and has been partially attributed to anthropogenic increases in greenhouse gases (e.g., Santer et al. 2006; Gillett et al. 2008). Although the unadjusted basinwide hurricane count exhibits a strong increasing trend, our analysis indicates that we cannot reject the possibility that the increasing trend was due to changes in our ability to observe and record hurricanes (in fact, the adjusted trend is nominally negative). Thus, because of changes in our observing capability, the hurricane record does not support the notion of a strong sensitivity (positive or negative) of Atlantic hurricane frequency to increasing greenhouse gases, nor does it even unambiguously point to the likely sign of the sensitivity.

A partire dalla fine del XIX secolo, i dataset di dati SST mostrano un riscaldamento statisticamente significativo dell’Atlantico tropicale che è molto insolito rispetto alla variabilità climatica interna generata dai modelli (Knutson et al. 2006) ed è stata in parte attribuita ad un aumento dei gas serra di origine antropica (es. , Santer et al 2006;. Gillett et al 2008). Anche se il conto non corretto degli uragani sull’intero bacino mostra un trend di forte crescita, la nostra analisi indica che non possiamo rifiutare la possibilità che il trend crescente sia dovuto a cambiamenti nella nostra capacità di osservare e registrare gli uragani (in effetti, la tendenza corretta e’ nominalmente negativa). Così, a causa dei cambiamenti nella nostra capacità di osservazione, il record degli uragani non supporta l’idea di una forte sensibilità (positiva o negativa) della frequenza degli uragani atlantici ai gas serra in aumento, né fornisce indicazioni inequivocabili circa il probabile segno della sensibilità.

In pratica le anomalie delle SST in area atlantica sono insolite rispetto a ciò che sarebbe lecito attendersi in un sistema simulato. Quello stesso sistema manda un segnale di accrescimento della frequenza e dell’intensità degli uragani. Le osservazioni smentiscono questo segnale, senza considerare il fatto che anche le informazioni relative alle SST hanno gli stessi problemi cui abbiamo accennato in apertura.

Quanto ci vorrà ancora perché ci si renda conto che prima di pensare di sapere come stia evolvendo il sistema e prima ancora di gridare al disastro c’e’ ancora tantissima strada da fare?

FONTE: http://www.climatemonitor.it/?p=18522