Promessa mantenuta

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Scritto da Claudio Gravina il 26 – aprile – 2011

Circa due anni fa, qui su CM abbiamo affrontato in modo particolarmente sistematico la questione dei green job. Allora lo spunto ci venne dato da uno studio condotto in Spagna, presso la  Universidad Rey Juan Carlos dal professore di economia e PhD Gabriel Calzada Álvarez. Ve lo ricordate? Fu uno studio piuttosto importante perchè fornì una solida cornice entro la quale ampliare ed approfondire l’argomento nei mesi a venire. Da quel momento in poi, infatti, fu un fiorire di studi che in modo sempre più indipendente andavano a capire quanto ci fosse di vero nella litania dei lavori verdi.

Il risultato, tanto contestato dai sostenitori della  green economy, è che per ogni posto di lavoro green, vengono sacrificati 2.2 posti di lavoro “tradizionali”. Convertendo in denaro, tenendo conto che parliamo di valori del 2009, ogni posto green costava al governo spagnolo più di mezzo milione di euro. Ogni singolo posto di lavoro.

Sappiamo che nei mesi a seguire, certa propaganda si mise in modo cercando di offuscare l’indubbia valenza scientifica di quello studio (e di quelli che giunsero più tardi). Quasi la green economy, con i suoi green job fosse un tabù. Per fortuna, però, nel 2011 questo tabù è venuto meno e ogni tentativo di minimizzare gli studi non mainstream è fallito. La verità è venuta a galla.

Oggi, come nel 2009, sarà la Spagna a fornirci un interessante caso da analizzare. Tra tutti i paesi europei è quello che più si è impegnato sul fronte della green economy. In particolar modo si è incentivato moltissimo (vedremo dopo quanto) tramite una feed-in-tariff (FIT), la costruzione di impianti per la generazione di energia rinnovabile (in particolare eolico e solare). Tutta questa industria ma, soprattutto, questa spinta poderosa tramite incentivi al comparto delle energie rinnovabili avrebbe dovuto creare posti di lavoro (milioni?).

E così, immediatamente prima della crisi economica, bancaria e finanziaria spagnola, fatto 1 il costo dell’energia elettrica, il governo spagnolo pagava 1,38 per ogni MWh generato da impianti eolici. In altre parole, 6.3 miliardi di euro per il solo 2010. E questi soldi sono arrivati dritti dritti dal bilancio dello Stato, ovvero DEFICIT.

Cosa è successo subito dopo? L’economia spagnola è deceduta.

Pochi lo sanno, anzi forse qui da noi non l’ha detto nessuno, che  Zapatero a febbraio ha affermato che probabilmente l’affaire solare non è altro che una ennesima bolla per il mercato finanziario ed economico. E anzi ha aggiunto che la Spagna non può più permettersi di sussidiare una FIT così costosa (lato Stato) e generosa (lato utente finale…).

Per ridurre il proprio deficit, pari al 12% nel 2010, al livello programmato per il 2011, pari al 6%, il governo spagnolo ha avuto una ed una sola opzione: ridurre drasticamente la FIT, ovvero decurtare in modo sostanziale gli incentivi alle energie rinnovabili. La stima preliminare parla di una riduzione pari al 45%. Questo, ovviamente, avrà ulteriori effetti negativi, perchè si andranno a perdere quei pochi lavori verdi “creati” (trasformati, principalmente) in questo biennio. Si perderanno ulteriori 70-100 mila posti di lavoro. Per la Spagna, tuttavia, oltre all’incredibile danno, rimarrà una grottesca beffa: posti di lavoro non creati prima, posti di lavoro persi dopo, incentivi dimezzati ma: tariffe energetiche aumentate in modo permanente del 20% (per via dei sussidi alle rinnovabili). Addirittura si parla di tariffe raddoppiate per alcuni settori industriali.

Il testimone passa di nuovo agli Stati Uniti che oggi, come allora, guardano alla Spagna come ad un esempio virtuoso da seguire sulla strada delle rinnovabili. In realtà, come notammo due anni fa, non è tutto oro quello che luccica: non lo era allora nè tantomeno oggi.

FONTE:http://www.climatemonitor.it/?p=17024