Quando l’animalismo mette le bestie prima dei bambini

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di Carlo Bellieni

19 Giugno 2011

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Arriva l’estate e arriva il tormentone, peraltro apprezzabile, di non abbandonare i cani sulle autostrade o nei boschi. Appello encomiabile, ma fatto da una cultura malata, anzi in fin di vita. L’appello è giusto perché nessun essere vivente deve essere maltrattato. Ma la cultura è malata perché guarda i gatti e scorda i bambini.

Oggi si parla di “adottare le balene”, mentre l’idea di adottare un bambino è passata ad “opzione di serie B” rispetto alla fecondazione in vitro tanto pubblicizzata. Le pubblicità di cibi per animali sono diventate incombenti e addirittura raffinate, mentre tanti piccoli muoiono di fame. Addirittura esistono cliniche estetiche per gatti e cani, mentre un tempo il veterinario era esclusivamente (ed etimologicamente) quello che si prendeva cura degli animali vecchi (“vetus”, in latino), per non lasciarli in preda alle malattie.

Ma il problema grave è che mentre i bambini non nascono più, proliferano i cagnolini da compagnia. E le bambine sono addestrate dalla TV a prendersi cura di cani e gatti, oggi anche nella versione-bambolotto (così non sporcano) o virtuali così i bambini si rincitrulliscono ma i genitori stanno in pace. E contemporaneamente sono scomparsi i bambolotti-bambino, tanto che ormai le bambine e i maschietti sono rassegnati a scordarsi l’idea di avere un fratellino e orripilanti a quella di diventare mamma un giorno (ma siamo matti!) mentre invece si vedono bene come ammaestratrici di gatti o come dog-sitters.

Ma la cultura verso gli animali cambia, rendendoci incapaci di chiamare i cani-cani e i bambini-bambini. Con conseguenze fatte solo per salvare l’apparenza (si fanno gare di pesca in cui il pesce viene ributtato vivo in acqua dopo esser stato esibito come trofeo e tutti sono contenti senza pensare che per essere pescato il palato del pesce è stato sbranato con un amo di acciaio, che lui è stato strappato a forza dal suo ambiente) o paradossali: è capitato di sentire un giornalista che, commentando un fatto di cronaca in cui un pastore aveva ucciso un lupo per difendere un agnellino, si esprimeva così: “Come era bello quel povero lupo. E come era brutto il pastore”.

E’ un amore per gli animali che nasce dalla consapevolezza che l’amore per gli uomini/donne non è meccanico, che si può essere traditi, che bisogna sacrificarsi per esso, che non è detentivo, e dal rifiuto – per paura, per debolezza – di quest’evidenza, con conseguente ricaduta del nostro bisogno di amare sui quadrupedi che invece tante pretese in apparenza non ne hanno, non possono scappare se non a loro scapito, e possono essere tenuti loro malgrado chiusi in casa mentre sarebbero ben lieti di correre lontano mille miglia, ma non sanno lamentarsi o perlomeno non si fanno capire.

Insomma, non abbandonate il cane, sareste degli stupidi insensibili, ma non perché lasciate in campagna un cane, ma perché finora gli avete detto che era vostro figlio, lo avete imbastardito con le vostre coccole e i vostri cibi ricercati, e ora lo lasciate come un pesciolino abbandonato sulla spiaggia. Il dramma non è l’abbandono: è la trasformazione del vostro cane in vostro figlio.

FONTE: http://www.loccidentale.it/comment/reply/106792#comment-form