Ritorno al nucleare: Le indicazioni di Movisol

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Dalle ciminiere delle centrali nucleari si innalzano nuvole di vapor  acqueo, da quelle che bruciano carbone, gas o altri idrocarburi, escono anche materiali radioattivi, naturalmente presenti nei giacimenti.

27 maggio 2008 (MoviSol) – Dal punto di vista della scienza dell’economia fisica, così come è stata nel tempo sviluppata da Lyndon LaRouche e collaboratori, la notizia che il nuovo governo riprenderà il programma nucleare italiano è accompagnata da dichiarazioni purtroppo contrastanti.

Cominciare a costruire tra cinque anni?

Come indicammo nel promemoria consegnato nell’autunno 2007 ai deputati della Commissione Attività Produttive della Camera, i tempi costruttivi di un reattore nucleare sono di poco superiori ai tre anni (nei Paesi che non hanno mai abbandonato questa frontiera tecnologica, per es. il Giappone). Oltretutto, il settore dell’ingegneria nucleare è talmente maturo che è possibile pensare alla costruzione in serie delle centrali, abbandonando la modalità di progettazione per prototipi.

Tenuto conto che, in Italia e altrove, la menzognera vox populi continua ad attestare che i tempi costruttivi sono superiori ai dieci anni, senza considerare che il più è dovuto alle procedure ecologiste della cosiddetta “valutazione di impatto ambientale” (VIA), l’obiettivo di cominciare a costruire nel 2013 è certamente ambizioso.

La promessa del Ministro Scajola è dunque credibile, ma pur sempre un po’ timida. Essa è infatti inadeguata rispetto ad un altro criterio, che potremmo chiamare Valutazione di Impatto sull’Umanità delle sciocchezze nell’economia politica. Con i recenti aumenti vertiginosi dei prezzi del cibo e delle materie prime, la crisi economica e finanziaria internazionale, dopo aver covato negli ultimi trent’anni, comincia a mostrare una minima parte della sua mostruosa natura. Non possiamo aspettare interi anni per risponderle in modo scientifico ed efficiente. Nel nostro intervento di lunedì scorso alla conferenza sul progetto di costruzione del reattore ITER, lo abbiamo ribadito anche per la tecnologia della fusione nucleare controllata [Vedi il volantino distribuito a Milano a metà maggio].

Il contesto incompatibile: il liberismo

Un secondo motivo di critica della proposta di Scajola è individuabile, nelle seguenti parole riportate sul Sole 24 Ore del 23 maggio: “Promuoveremo le tanto attese privatizzazioni dei servizi pubblici locali, affossate in passato da pregiudizi ideologici e protezionismi”, anche se “con equilibrio e fermezza, dialogando però con le categorie interessate, definendo obiettivi e percorsi condivisi. No a interventi di sapore dirigistico”.

Oppure in questa frase: “In un’economia di mercato i rincari si combattono in un solo modo, con una iniezione di maggiore concorrenza”.

Ancora una volta si manca di evidenziare che le disfunzioni dei servizi pubblici non dipendono dalla proprietà degli stessi, ma dal generale rallentamento dell’economia, che colpisce in modo letale il morale degli uomini e usura la tecnologia esistente.

Eppure dovrebbe bastare il ricordo di come la diga del Vajont fu gestita; passata allo Stato, quando il proprietario privato si fu accorto dell’imminenza del crollo.

Se non bastasse, si pensi alla recente relazione della Corte dei Conti sullo stato dello spezzatino multisocietario delle ferrovie privatizzate. All’incremento costante dei costi del gruppo non corrisponde una crescita dei ricavi delle vendite e delle prestazioni. La Corte dei Conti scopre l’acqua calda. Poiché il servizio ferroviario, come ogni altro servizio pubblico, non è una vendita, e pertanto non si possono fare profitti se non a scapito degli utenti, degli addetti e delle infrastrutture, ora raccomanda “una razionalizzazione” nei rapporti tra il gruppo e lo Stato (cioè un ritorno al dirigismo) per garantire “certezza e rispetto degli impegni vicendevolmente  assunti”.

La Corte non manca di rilevare il tipico motivo del fallimento della privatizzazione dei servizi pubblici: “La scelta del management, comprensibile sotto il profilo gestionale ma che non può non preoccupare a livello di tutela degli interessi pubblici, è presumibilmente quella di privilegiare le tratte più remunerative e nelle quali è prevedibile ci sarà, a breve, competizione sul mercato, lasciando nella situazione attuale le linee tradizionalmente meno redditizie, sulle quali non è economico intervenire in assenza di uno specifico, mirato intervento finanziario pubblico.”

 

Davvero tutto il PD è contrario?

Certe reazioni alle affermazioni di Scajola, d’altra parte, non sono sostenibili.

Non possiamo pensare che i nostri concittadini continuino ad assecondare persone come Ermete Realacci, quando dice, per esempio: “Portare in cinque anni il nucleare in Italia è ideologico”. Macchiato di ideologia, semmai, è il complesso di operazioni di guerra psicologica che, animate da gente come lui, da decenni stanno compromettendo la capacità dei nostri concittadini di riconoscere in che cosa consista il Bene Comune della nostra Repubblica, e in che modo il principio ad esso riferito debba essere declinato nelle scelte di tipo economico e politico.

Qui, naturalmente, si evidenzia una potenziale spaccatura tra la componente giovanile del Partito Democratico e la liberale dirigenza senile, altro esempio di scoria difficile da smaltire.

I giovani presenti al Primo Forum Formativo-Programmatico di Rimini (dicembre 2007) conclusero quell’incontro con questa dichiarazione sul nucleare:

“Occorre riaprire una fase di ricerca sulla produzione dell’energia da fonte nucleare tramite processi di nuova generazione che permetta una discussione libera da pregiudiziali anacronistiche e che affronti con serietà e propositività una fonte energetica che potrebbe rappresentare oltre che un pericolo anche una opportunità per l’indipendenza energetica del Paese.

Considerando l’evoluzione che ha avuto il nucleare negli ultimi vent’anni, dall’altissima riduzione

della quantità di scorie prodotte a parità di energia erogata, alle prospettive di nuove tecniche ancora più pulite (centrali autofertilizzanti),riteniamo che sia arrivato il momento di riaprire un confronto sull’ utilizzo di questa tecnologia.” [fonte: I giovani del Partito Democratico e le Politiche Energetiche]

 

Se si liberassero da un certo timore reverenziale, potrebbero facilmente riconoscere che questo è, come detto all’inizio, il tempo per fabbricare in serie le centrali, e non soltanto per “fare ricerca” ancora un pochino. Gran parte della ricerca è già stata fatta e in più direzioni, ma ogni nuova generazione (la famosa IV generazione) ha come presupposto proprio quegli impianti che mancano da troppo tempo.

In sostanza, potrebbe maturare, nella stessa formazione politica, una convivenza di due anime diversamente disposte. Ma tutto è a dipendere dalla tendenza a riesumare la pratica di sacrificare il sacro entusiasmo giovanile…

A tutti i giovani assetati di verità e giustizia, proponiamo un antidoto a queste logiche di “gestione delle risorse umane”: fate anche voi una visita come la nostra, e leggete i nostri documenti sul nucleare.

Lo ripetiamo: le scorie sono riciclabili

Il referendum del 1987 non sancì l’uscita del nucleare dall’Italia. È più corretto dire che esso abrogò alcuni aspetti tecnici delle leggi in vigore, e che una larga maggioranza di schieramenti politici ne approfittò per affossare il settore definitivamente. Potremmo considerare quell’evento come il terzo colpo di grazia, dopo l’assassinio di Enrico Mattei e la “morte politica” di Felice Ippolito a mezzo di scandali.

L’effetto più grave, dopo i costi economici del mancato sfruttamento dei reattori, è certamente quello di aver perso la “sapienza” del settore. Pertanto, riconosciamo in Scajola l’aver registrato questo importante punto problematico, visto che ha detto che entro il 2013 sarà necessario “ricostruire competenze e istituzioni di presidio, formando la necessaria filiera imprenditoriale e tecnica”.

Ma ci troviamo a ripetere, e a ribadirlo proprio a lui: tra le “soluzioni credibili per i rifiuti radioattivi” c’è soprattutto il cessare di pensarli rifiuti.

Lo ripetiamo: l’ecologismo è una frode che nasconde qualcosa di terribile

Mentre il WWF si accinge a commemorare la nascita del maltusiano Aurelio Peccei, il suo comunicato stampa del 22 maggio scorso, in reazione a Scajola, rivela tutta la doppiezza del Panda col sangue blu. Facciamone l’analisi.

1. Nel dire che “Le scorie nucleari rimangono attive per oltre 500 generazioni” non dice il falso, ma a patto che non siano usate come abbiamo più volte sottolineato: come risorse e non come scorie. Non è paradossale che uno dei campioni del “riciclaggio dei rifiuti” non vi proponga di riciclare i residui della reazione di fissione?

2. Nel dire che “Non è vero che questa energia ridurrebbe la nostra dipendenza energetica  dall’estero in quanto non possediamo miniere di uranio”, dice il falso perché l’uranio è presente nel nostro sottosuolo, ma non si è ancora deciso di estrarlo. Già nel 2006, per esempio, l’australiana Metex Resources avrebbe voluto estrarre 1300 tonnellate di minerale d’uranio nella Val Seriana.

Noi aggiungiamo che la fusione nucleare controllata farebbe declassare anche l’uranio, a favore dell’acqua.

3. Se “Non è vero che il resto del mondo fa un uso massiccio di questa fonte in quanto, secondo i dati dell’International Energy Agency (IEA), nel 2005 le 341 centrali nucleari esistenti nel mondo coprivano appena il 6,2% dell’energia primaria utilizzata, dando quindi un contributo del tutto marginale al fabbisogno energetico mondiale.”, è perché al momento sta vincendo il fronte maltusiano e monetarista che chiede la riduzione degli investimenti nelle nuove tecnologie.

4. Se “La stessa IEA non prevede alcuna crescita di tale contributo [del nucleare] per i prossimi trent’anni, anche perché le riserve di uranio possono consentire ancora pochi decenni di alimentazione delle centrali esistenti.” è forse perché chi anima quell’ente la pensa diversamente da noi, ed omette di pensare che anche in questo campo l’efficienza energetica potrà prolungare le riserve, ammesso che siano davvero in esaurimento.

5. Se afferma che “Inoltre le centrali nucleari producono solo elettricità, che rappresenta solo il 15% degli usi finali, mentre il restante 85% è costituito da calore per riscaldamento e processi industriali e da carburanti per i trasporti ai quali il nucleare non può dare nessun contributo.”, non vi stupisce il fatto che il WWF si dimentichi, per esempio, che l’idrogeno per i trasporti, a patto di voler sostituire tutto il parco automobilistico del mondo con automezzi a idrogeno, dovrà essere prodotto con l’energia nucleare?

6. Se afferma che: “L’energia nucleare è in assoluto quella che negli ultimi 60 anni ha ricevuto le maggiori sovvenzioni pubbliche, ed ancor oggi riceve la maggioranza degli investimenti mondiali (ed anche italiani) per ricerca e sviluppo in campo energetico.”, non siete stupiti di cogliere un sapore liberista in queste considerazioni sul denaro pubblico?

7. Se, proseguendo, leggete: “Nonostante ciò, in 60 anni non ha saputo risolvere il problema basilare di qualsiasi produzione industriale: la gestione degli scarti e lo smantellamento degli impianti.”, non credete che risolvere i problemi associati agli scarti e allo smantellamento degli impianti, sia possibile proprio con la ricerca di Stato?

8. Se leggete: “Ripetere l’esperienza nucleare in Italia rischia di ostacolare risorse economiche e capacità professionali dalle vere soluzioni ai problemi energetici ed ai problemi ambientali legati ai cambiamenti climatici.”, siete ancora convinti che il clima sia influenzato dall’uomo, più che dal cosmo? Negli anni Settanta parlavano di “raffreddamento globale”; poi parlarono di “riscaldamento globale”; ora – che gli ultimi anni si sono rivelati relativamente più freddi – parlano di “cambiamenti climatici”. Forse vogliono farvi credere che le stagioni siano colpa dell’uomo.

9. Se, vi piacesse invece questo appello: “E’ responsabilità dei paesi economicamente avanzati proporre tecnologie esportabili nel resto del mondo.”, domandatevi perché il nucleare non lo sia, oppure perché dovremmo rischiare – aspettando ancora – di doverlo noi importare da Paesi del terzo mondo che diventeranno presto dei leader nel settore (Sud Africa).

10. Se, infine, leggete: “I tempi di realizzazione di una nuova filiera del nucleare sono lunghissimi a confronto con le potenzialità di sviluppo di tecnologie alternative”, vi dovrebbe bastare l’aver letto le prime righe di questo articolo, per impugnare una penna e scrivere al WWF che avete smesso di credergli.

Rispondiamo a WWF, Legambiente, ecc. che lo stato disastroso dell’economia (dipendenza energetica, sistemi stradale e ferroviario datati e obsoleti, pessima gestione dei rifiuti, ecc.) e la lentezza nel costruire soluzioni alla crisi, sono le conseguenze dell’egemonia dell’ideologia ecologista-liberista negli ultimi trent’anni. Non possiamo accontentarci che i corresponsabili di questo stato di cose si tirino indietro, e gettino fango sulle soluzioni al genocidio maltusiano.

Conclusione

Sono allo studio reattori che riescano ad estrarre 30 volte l’energia estratta oggi dall’uranio [fonte: Uranium 2005 – Resources, Production and Demand (NEA/IAEA, 2006)], altri che producono più materiale fissile di quanto ne venga introdotto, altri che processano il torio anziché l’uranio (vedi il caso dell’India), ecc.

Ma non possiamo fare ricerca, senza avere qualcosa con cui farla. Altrimenti, con l’aggravarsi della crisi e la crescente brutalizzazione della cultura, potremmo arrivare ad assecondare pienamente coloro che, con ragionamenti contabili, ci vogliono convincere a distruggere anche quel che è già costruito, come fece il presidente Bush nel 2005 (vedi il caso del grandioso impianto FFTF di Hanford).

Chiediamo a Scajola che, nel quadro della Nuova Bretton Woods nostra e del Ministro Tremonti, abbrevi i tempi ancor di più. C’è un altro rischio, nell’aspettare cinque anni per porre la “prima pietra”: il successivo governo potrebbe essere troppo influenzato dal culto di Gaia.


Appendice 1

Vittime associate alla produzione di energia elettrica, divise per settore.

[fonte: ENEA, OECD-NEA “Risks and Benefits of Nuclear Energy” – OECD 2007 – NEA No. 6242,
sulla base di dati ENSAD “Energy-related Severe Accident Data-base”]

 

Non aspettatevi di trovare il nucleare nel posto in cui le barre sono lunghe!

 


Appendice 2

Frequenza (asse verticale) con cui accadono eventi tali da causare un numero di vittime superiore o pari al valore espresso sull’asse orizzontale. Il grafico qui riportato riguarda le nazioni non appartenenti all’OCSE, sul periodo 1969-1996. Esso comprende anche una stima delle vittime del disastro di Cernobil per un periodo di settanta anni, stima per altro difficile da valutare, dato il contemporaneo crollo dei livelli di vita successivo alla fine del sistema sovietico.

[fonte: Dr. Stefan Hirschberg, Dr. Gerard Spiekerman, M.Sc. Roberto Dones, Dr. Peter Burgherr, “Comparison of severe accident risks in fossil, nuclear and hydro electricity generation”, Paul Scherrer Institute, Villigen, Svizzera]

 

Come si vede, il nucleare è il più sicuro, perché i relativi eventi-punti se ne stanno al di sotto delle curve tipiche degli altri settori.

 

FONTE: http://www.movisol.org/ritornoalnucleare.htm