Se gli atolli della Micronesia affondano per colpa di Praga

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Se gli atolli della Micronesia affondano per colpa di Praga

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Inviato da Andrea Canfora il Sab, 28/05/2011 – 13:55
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Paolo Tosatti

CLIMA. La federazione micronesiana si appella al diritto internazionale per bloccare il piano di espansione della centrale a carbone ceca di Prunerov-2, responsabile dell’aumento di Co2.

Stati Federati di Micronesia contro Repubblica Ceca. Parte ricorrente, un arcipelago di 600 atolli sperduto nell’Oceano Pacifico; convenuto, un Paese del Vecchio Continente che dista 11mila chilometri e nove ore di fuso orario. Oggetto del contendere: il piano di sviluppo della centrale a carbone di Prunerov-2, nella regione di Usti nad Labem. È un’azione legale senza precedenti quella che la federazione micronesiana ha deciso di intentare contro Praga per impedire al governo ceco di portare avanti i suoi progetti energetici.

Costantemente minacciato dall’innalzamento del livello dei mari causato dal global warming, il piccolo Stato insulare della Micronesia ha stabilito di opporsi al programma di espansione della centrale ceca sfoderando l’arma del diritto internazionale. La linea d’accusa scelta è semplice: l’ampliamento dell’impianto contribuirebbe ad aumentare il riscaldamento globale, producendo danni diretti all’arcipelago. Dunque deve essere bloccato. In verità nel diritto internazionale esiste già da tempo un istituto chiamato “Valutazione transnazionale degli impatti ambientali”, obbligatoria ogni qualvolta un progetto portato avanti da un Paese possa avere ripercussioni sull’ambiente di altri Stati.

L’aspetto innovativo del caso micronesiano sta nel fatto che questo istituto finora è stato chiamato in causa solo tra Paesi vicini, mentre adesso a invocarlo è una nazione distante migliaia di chilometri, situata addirittura in un altro emisfero. La Micronesia aveva già chiesto due anni fa al governo ceco di abbandonare il progetto di sviluppo della sua centrale a carbone. Con i suoi 1.490 megawatt di potenza, l’impianto di Prunerov-2 è il più grande del Paese e ovviamente rappresenta il suo maggior centro di emissioni di CO2. Il suo ciclo di vita si sarebbe dovuto concludere nel 2020 ma, visti suoi ottimi rendimenti, Praga ha deciso di prolungarne l’attività fino al 2035, incrementandone la capacità. Una mossa che alle autorità di Palikir non è andata giù.

ùDa sola, denuncia la federazione micronesiana, la centrale produce una quantità di emissioni 40 volte superiori a quelle dell’intero arcipelago. Aumentarne la potenza equivarrebbe a condannare a morte per “annegamento” oltre un quarto dei suoi atolli, che si elevano dal livello del mare di appena un metro. E molti dei suoi 110mila abitanti sarebbero trasformati in ecoprofughi in cerca di una nuova casa. Del resto la crescita delle temperature terrestri ha da tempo iniziato a creare problemi alla popolazione, aumentando la salinità dell’acqua, con conseguente riduzione della pesca, danneggiando le barriere coralline e portando alla scomparsa di specie acquatiche di flora e di fauna.

Contro questi pericoli la Micronesia ha colto l’occasione offerta dalla Conferenza delle nazioni insulari minacciate dai cambiamenti climatici, appena conclusasi a New York, per presentare un ricorso nei confronti della Repubblica Ceca. Un’azione portata avanti con il sostegno di Greenpeace e dell’associazione ceca Environmental law service. «L’idea che la responsabilità delle decisioni di uno Stato si estenda oltre i suoi confini non è certo nuova», ha spiegato alla stampa Jan Srytr, responsabile dell’organizzazione. «Tuttavia configurando questa responsabilità in relazione agli impatti del cambiamento climatico, in particolare nel contesto di un progetto specifico, stiamo cercando di dar vita a un precedente legale cui sarà possibile fare riferimento anche per azioni future».

Un’idea condivisa da Jasper Tuelings, legale di Greenpeace. «il nostro scopo è quello di dare un impulso a una serie di azioni da parte dei Paesi che fino ad oggi sono stati costretti ad accettare passivamente una situazione che li vedeva vittime di scelte sbagliate operate da altri Stati. Se il nostro tentativo avrà successo finalmente questi Paesi avranno l’opportunità di dire la loro su decisioni che li riguardano da vicino e da cui sono stati invece fino ad ora esclusi». Maketo Robert, ministro della Giustizia della Micronesia, ha sottolineato che la speranza coltivata attraverso questa iniziativa è proprio quella di aumentare, sul piano internazionale, il peso politico delle nazioni più esposte ai rischi dei cambiamenti climatici, in particolar modo in ordine alle decisioni da assumere in campo energetico.

«Per il nostro Paese il climate change non è un pericolo astratto ma una minaccia concreta», ha dichiarato il ministro. «Ogni anno alcuni centimetri delle nostre coste finiscono sott’acqua. Il settore della pesca ha subito danni notevoli. Senza contare quelli al turismo, che rappresenta una delle nostre principali fonti di sostentamento. Questa azione legale vuole creare un precedente, dimostrando a tutti i Paesi minacciati dal global warming che è possibile utilizzare l’arma del diritto internazionale per ottenere dei progressi nella lotta ai cambiamenti climatici».

FONTE:http://www.terranews.it/news/2011/05/se-gli-atolli-della-micronesia-affondano-colpa-di-praga  29/05/2011